Il nostro viaggio nel cinema italiano/22: L’Altrove, di Ivan Zuccon, 2000

Trama
Prima parte di una trilogia ispirata ai racconti di Howard Phillips Lovecraft. Nella Bagdad del 1571 un filosofo tenta di interpretare il terribile Necronomicon, il libro dei morti composto da Abdul Alhazred, ma è vittima di un nemico invisibile. Cinque secoli dopo il mondo è sconvolto da una guerra tra i veri esseri umani e i rappresentanti dei Grandi Antichi, che cercano di recuperare la copia superstite del Necronomicon, unico testo che può permettere loro di aprire definitivamente le porte dell’Altrove, impossessandosi il mondo. Randolph Carter è uno dei militari impegnati in quest’impresa disperata contro le manifestazioni del Male.

Giudizio sbrigativo
Sperare di dare una veste cinematografica agli incubi di Lovecraft è quasi più da matti che cercare di addomesticare Azathoth. Il regista Ivan Zuccon e lo sceneggiatore Enrico Saletti, però, in questo primo episodio non se la cavano nemmeno malissimo. A partire dall’incipit focalizzano la loro attenzione, volta per volta, sull’azione di un singolo personaggio e sul suo tentativo di resistere al richiamo del libro malefico e alle lusinghe dell’altrove. Potendo lavorare senza la spada di Damocle di scene d’azione troppo elaborate o di ricostruzioni scenografiche complesse, Zuccon costruisce un’atmosfera credibile di smarrimento e di tensione, sfruttando piani e campi ravvicinati e, con molta parsimonia, esterni simili a quelli visti in Road to L. Finché la macchina da presa sta addosso ai personaggi il film funziona, quando l’ambiente fisico in cui il film è girato (la bassa, le pioppete, le golene) reclama le sue ragioni, o quando la fotografia un po’ artigianale non supporta le intenzioni, l’equilibrio si perde.

Perché lo abbiamo visto?
Perché la passione adolescenziale per Lovecraft non si esaurisce mai, ma soprattutto perché l’amico Francesco è stato così gentile da fornirmene una copia.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
La sequenza che segue i titoli di testa. La protagonista femminile Elena (Roberta Marrelli) prima sembra convinta a congiungersi con le divinità malefiche, poi ha paura. Illuminazione scurissima, montaggio serrato e un surreale dialogo con uno spaventapasseri.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Il trucco dei personaggi nei momenti più splatter o zombie-oriented denuncia la matrice low budget dell’operazione, che altrimenti non è particolarmente percepibile.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare)
Nessuna in particolare.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Il film ci tiene molto alla sua salute. Però, quando verso il finale, uno dei monaci che ha trascritto il Necronomicon comincia a urlare in latino con un marcato accento ferrarese (o forse rodigino, non distinguo), qualche dubbio affiora.

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Il conflitto è tra noi e Loro, che non vivono nell’oscurità, ma sono l’Oscurità. C’è poco da scherzare.

La società si prende le sue colpe?
Mi è parso di no.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Lovecraft gode di fama (ampiamente meritata) di pensatore reazionario, ossessionato da temi come quelli dell’invasione dall’esterno, della devirilizzazione della società americana e del mescolamento con razze inferiori a quella anglosassone. Qua diciamo che il sottotesto politico dei suoi racconti è del tutto neutralizzato.

Indice “Montale e i suoi limoni“ (alias sfoggio di high culture a caso)
Niente.

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Un po’ di richiami al Bava degli anni Sessanta, per la tavola cromatica usata e per le maschere degli dèi malefici che si vedono. Ma niente di incontrollato.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Nessun cedimento. Qua le donne si squartano, non si spogliano.

Pubblico? Quale pubblico?
I film di Zuccon risultano distribuiti all’estero in versione home video, ma non sono in grado di stabilirne la diffusione effettiva o il successo di critica. Se il regista passa da queste parti e ci vuole informare…

Ce lo meritiamo?
Fermo restando che non è Suspiria e nemmeno La maschera del demonio, di cosa ci si può lamentare? Le inquadrature sono ben costruite, la voglia di spargere sangue c’è, una certa precisione nel découpage anche. O forse, se non ci fossero di mezzo Lovecraft e l’horror italiano, saremmo meno buoni?

One Trackback

  1. […] Seconda parte di una trilogia ispirata ai racconti di Howard Phillips Lovecraft. In un imprecisato futuro un […]

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