La rassegna stampa del sabato

David di Donatello. Escono le candidature, pienone per Noi credevamo e una sola nomination per il caso dell’anno, Che bella giornata di Gennaro Nunziante con Checco Zalone. Pur essendo fan di Medici-Zalone devo dire che il film non brilla esattamente per i suoi valori linguistici. Il produttore Pietro Valsecchi la prende pochissimo sportivamente e forse un po’ esagera. La cosa è interessante però, perché segna una discontinuità rispetto al passato recente, in cui i produttori di commedie popolari (alla Filmauro, per intenderci) non esprimevano l’ambizione di essere valutati nella stessa passarella riservata al cinema “impegnato”.

Welcome back, Natalia. Chiunque abbia scritto la recensione di Goodbye Mama firmata da Natalia Aspesi ha recuperato lo smalto migliore della corsivista di Repubblica. Il racconto della trama vale da solo il prezzo del quotidiano. Per i pochi che non ne sanno ancora nulla, qui la pagina del film su wikipedia.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Ci giungono i link all’intervista realizzata da CineMonitor.it a Nicola Borrelli, direttore generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ci sono un po’ di numeri interessanti sugli incassi totali del 2010 (oltre 730 milioni di euro), sulla percentuale riservata ai film nazionali (un po’ meno del 30%), sugli investimenti totali nel cinema (312 milioni) e gli incassi in assoluto dei film italiani (200 milioni). Da prendere a modello l’eleganza ministeriale con cui il Direttore glissa sull’argomento dell’oligopolio distributivo, nella seconda parte dell’intervista.

Un grazie doveroso allo Stato. A proposito di Governo, è definitivamente tramontata l’ipotesi di aumento del biglietto del cinema e il FUS sarà integrato attingendo dalle imposte sui carburanti. Un circuito di sale bolognesi (che di solito non ha prezzi popolari) ha festeggiato in questa maniera assai composta:

Is a “director’s” cut ever a good idea? La prossima settimana esce in dvd The Last Picture Show di Bogdanovich, in una versione il cui montaggio – dice il regista – è molto vicino a quelle che erano le sue intenzioni originali. Per l’occasione il Guardian propone una breve storia del director’s cut. Meglio ancora dell’articolo (che ha qualche imprecisione di troppo), i commenti dei lettori, grazie ai quali si scopre che, per esempio, la prima versione per il mercato anglofono di C’era una volta il West finiva con Cheyenne che si allontana vivo da Sweet Water.

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