Il nostro viaggio nel cinema italiano /23: Maelstrom – Il figlio dell’altrove, Ivan Zuccon, 2001

Trama
Seconda parte di una trilogia ispirata ai racconti di Howard Phillips Lovecraft. In un imprecisato futuro un gruppo di soldati, uomini e donne, combattono contro i Grandi Antichi. I cattivissimi, però, hanno intenzione di riprodursi: chi diventerà la madre del figlio dell’Altrove? O di figli ce ne sono più di uno? E che c’entra in tutto questo il mitico Necronomicon?

Giudizio sbrigativo
La coppia Zuccon/Saletti serra i ritmi rispetto al primo capitolo di questa trilogia: in fondo è la scarsità di mezzi che li frega, perché l’idea di virare il film verso il genere horro/avventuroso (per intenderci: l’apice di questa miscela si raggiunge in alcuni film anni ’80, tra cui Indiana Jones e il Tempio Maledetto) è buona. Inoltre Zuccon sa girare: grammaticalmente parlando, il film è inattaccabile e qua e là si trovano anche delle idee di regia non consuete e interessanti. Certo, come ne L’Altrove, si cade anche in effettacci e abusi scriteriati di filtri ed effetti di post-produzione, ma glielo si perdona. Rimane scarsa, purtroppo, la recitazione e il doppiaggio è talvolta da filodrammatica.

Perché lo abbiamo visto?
Per completezza: aspettatevi anche il post sulla terza e ultima parte della trilogia.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
La sequenza di apertura: un uomo crocifisso, una carrozzina ai suoi piedi, dal quale proviene un pianto. In realtà nella carrozzina c’è un registratore (rigorosamente a bobina) dal quale inizia a stillare del sangue. Non è cosa da tutti iniziare un film in maniera così spiazzante e onirica.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Spesso le luci sono quelle che sono, e si è detto di attori e recitazione: momenti del genere sono frequenti, ma contenuti.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare)
Nessuna in particolare.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Nessuna in particolare: il ritmo tiene. Certo, c’è una sequenza di lotta con spade che pare girata al rallentatore, nonostante nei titoli di testa sia menzionata la presenza di un coordinatore per le scene d’azione…

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Il conflitto è tra Bene e Male, tra uomini e Grandi Antichi. Mica robetta.

La società si prende le sue colpe?
Nessuna traccia di società.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Zero.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Zero.

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Bassissimo: c’è serietà nel modo di avvicinarsi alla materia narrativa, anzi, quasi deferenza: lo sberleffo e l’ironia metatestuale sono banditi.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Mi tocca riprendere ciò che ha scritto Paolo la settimana scorsa: “Nessun cedimento. Qua le donne si squartano, non si spogliano.”

Pubblico? Quale pubblico?
Come per L’Altrove, pare che il mercato estero ci sia. Tanto più che questa è indicata come produzione italo/tedesca.

Ce lo meritiamo?
Il film regge, pur con tutti i limiti che abbiamo enumerato. E poi: sarà mica un caso che siano in pochissimi a mettere in scena Lovecraft, a differenza dei film tratti da Poe e altri? Ci vuole coraggio.

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