Habemus Papam, Nanni Moretti, 2011

Alla fine, in un blog dedicato al cinema, viene a volte la voglia vigliacca di non occuparsi di certi film. I Film, su cui tutti si sentono in diritto/dovere/pulsione di scrivere qualcosa: sociologi, psicologi, teologi, filosofi, titolisti, assessori comunali, Ad della società autostrade, parroci di provincia, redattori del Giornale, blogger famosi, portaborse, blogger sconosciuti, giornalisti, equilibristi dello status di Facebook, associazioni dei consumatori, sette ortodosse, raeliani e via discorrendo. Film di cui lo spazio pubblico è oberato della malattia senile della ragion critica, l’opinionismo.

A fare ste riflessioni mi sento un po’ mio nonno in carriola, pure con una ruota di legno. Però, la prima cosa che mi fa  sorridere in tutto ciò è che tutti si affrettino felici o disperati o sollevati a sancire che la morte dell’intellettuale, inutile, ridicolo, sepolto dalle mille luci del ventunesimo secolo, e poi ci troviamo con un sistema dei media che, a ogni livello e su ogni piattaforma, ha bisogno di intellettuali tanto quanto il popolo ha bisogno delle brioches, per dire, per parlare, per fare i distinguo, per spalare merda, per adorare, per litigare scomunicare scaccolare spulciare darsi un’identità grattarsi. Parliamo di popstar? Mah, a me il midcult è un concetto tanto utilizzabile che mi ha fatto venire sempre un po’ di allergia, anche perché non ho mai capito cosa sia high cult.
Comunque, se ci si passa la patente di “esperti”, o perlomeno di dilettanti specializzati, allora ci troviamo imprigionati un po’ in un paradosso, con un oggetto tra le mani che alla fine non appartiene più al discorso sul cinema, ma a un discorso politico sociale più ampio, che del cinema di solito se ne frega altamente. Se ne giova un film di tutto questo? Io non lo so, ma alla fine ti viene ti viene da fare un po’ come il Papa di Moretti, di abdicare (si dice così? O si tratta del “gran rifiuto”?). Vien da dire “Voi che ci trovate tutte le vostre cose di questo mondo in questa Opera, fate pure, giudicate dalle vette della metafisica, noi ci occupiamo di “Maschi contro femmine” perché ci interessa provare a capire i film e il vivo che gli sta intorno, e i rapporti che hanno, e non dare letture al tutto attraverso la lente dei film”. Pure i papaboys e la “puzza di illuminsmo francese”, suvvia…

Insomma, l’interesse è più in quello che scrivete tutti voi, bravi e scarsi, intelligenti e semianalfabeti, che in quello che ha prodotto Nanni Moretti. E in questo profluvio di parole, di paratesti, noi alla fine un poco ci perdiamo. E non è un giudizio di valore, per carità: non per ora perlomeno.
Non vorrei scrivere un inno al sempre aborrito minimalismo teorico, che “è solo un film”, ma io mi vedo Moretti professore che dice di portare all’esame la tesina “Habemus Papam e la società italiana” a una platea sterminata di studenti novelli Curzio Maltese vs. Giuliano Ferrara in erba, magari con un sacco di idee brillanti e forse corrette, ma nel mio cuore davvero vorrei che i modelli fossero più alti perché non si uccidono così i neuroni. Insomma, Habemus Papam/società italiana sta a tutti (me compreso) come Matrix/filosofia spicciola della percezione sta allo studente del primo anno DAMS.
Non è una critica a quello che ho letto in giro, è che quando un film è dissezionato dal politoco al penale, dal teologico allo spicciolo, resta ben poco da dire.

Per aiutarci, proviamo allora  afare gli esperti-critici, e proviamo a fare delle periodizzazioni sbilenche della carriera di Moretti: abbiamo l’inizio anarchico, più o meno da Io sono un autarchico a La cosa, un ripiegamento sul personale da Caro Diario a La stanza del figlio, a una definitiva istituzionalizzazione che appare negli ultimi due film, Il caimano e questo Habemus Papam.
C’è da dire che quando uno si istituzionalizza corre l’alto rischio della sindrome”però, con che classe”: cioé, il film è brutto, però con la classe che riconosce a uno che ci sa fare. Moretti, per molte ragioni che non stiamo qui a discutere, si è istituzionalizzato: non nel senso che sia diventto ministeriale, che si sia piegato, ma fa dei film che si trovano a parlare di realtà grandi, importanti, di quegli argomenti che ci vorrebbe un tomo o più: non che i temi dei suoi primi film fossero frivoli, ma da qualche film a questa parte li prende di petto, appunto come temi, con la forza che gli dà l’essere riconosciuto come “autore”, o intellettuale, qualsiasi cosa ciò voglia dire.

Però, nel momento in cui lo fa, allo stesso tempo si sottrae da questo ruolo. Si ritira, se vogliamo accettare la metafora di un Papa che rifiuta il suo ruolo. Il Papa se ne va perso per la città e le sue crisi di panico,  mentre il Moretti che conosciamo, e conoscevamo, si rinchiude con tutti i suoi tic e le sue idiosincrasie nel conclave con un sacco di vecchietti bislacchi e vestiti strani. Questa non è una cosa nuova, è da La stanza del figlio che Moretti rifugge come la peste dal morettismo, ne mette in scena pezzi ma facendoli a brandelli, con un onestà intellettuale che fa quasi paura, ma che probabilmente lo lascia con un’ispirazione quantomeno monca. Onestà intellettuale perché ripudia con forza il personalismo istituzionalizzato della popstar della cultura: lo fece attraverso l’esperienza del dolore e del lutto per cui tutti i “morettismi” vengono riletti al negativo e senza assoluzione, attraverso la dolorosa trasfigurazione con il nostro Caro Leader, con il quale si rende conto di condividere la necessità di far amare al popolo le proprie ossessioni, e adesso la trasfigurazione attraverso una persona semplice che fa il gran rifiuto, addiruttura di una scelta di Dio.

Ecco, in questa distanza da sé stesso, alla ricerca di una onestà, di una purezza, di una nuova linfa che si perde la forza di Moretti. Perché, ok che ti si è prosciugato l’afflato anarcoide, e vabbé invecchiamo tutti, ma che si manchi anche di visione profetica mi sembra davvero grave, cosa che c’era nel Caimano e qui manca.

Se volessi trarre una morale un po’ più grande, estenderei il fatto che un intellettuale organico, secondo Gramsci (semplifico e abuso), si fonda sul rapporto che ha con la sua classe sociale. Nel periodo anarcoide, la classe di riferimento Moretti era quella che componeva l’intera galassia variopinta della sinistra, che rideva con lui, si prendeva in giro anche se non riusciva ad assolversi. Moretti, ed è ciò che lo ha reso diverso da molti altri altri, non ha mai dato assoluzioni: ha sempre monumentalizzato i suoi tic come ognuno in cuore suo vorrebbe fare, ma non li ha mai assolti e se ne è prso la responsabilità. Anche i film non davano spunti per assolversi. Se poi uno lo voleva fare, beh, questo è un paese libero, o perlomeno lo è quando uno vuole assolversi da solo. Il fatto che i suoi bersagli polemici dal ’76 ad oggi siano ancora presenti, seppur minoritari, è IL più grosso problema di questo paese, cioé la persistenza di quei cazzo di formidabili quegli anni. Ma qui ci troveremmo a sbracare più di quanto non si sia fatto finora.. Quella di Moretti era vena comica, vena profetica, e capacità di leggere il presente e quello che sarebbe stato il futuro (oscuro).
E lo è sempre stato anche quando la sua poetica è diventata più “seria”, o “matura”, uso le virgolette perché nessuno potrebbe pensare che “La messa è finita” non sia un film serio. La maturità è raggiuntaquando le idiosincrasie sono diventate sistema (Caro Diario) e la sua classe sociale di riferimento, da variegata galassia giovanile o similia della sinistra è diventata “classe dirigente progressista”. Dirigente de che? Dirigente di sto cazzo mi direte voi, ma potenzialmente lo sarebbe.
A quel punto Moretti si è istituzionalizzato. Il che non è un male, è diventato Poeta laureato cantore della sinistra e delle sue paturnie, a volte profeta, a volte capopopolo. Per i suoi nemici, l’incarnazione del nemico più acerrimo, proteiforme diffuso di questo paese: il comunista. Il Moretti anarcoide si è estinto quando con la Vespa è andato a festeggiare Prodi, mettendoci del personale, si, la nascita del figli perché questo è lui, ma comunque festeggiando.

E, scopertosi istituzionale, ha deciso di ritirarsi, e di mettere in scena qusto ritiro. In questo film tematizzato come un apologo zen, in modo talmente esplicito da risultare sfacciato, fino a chiudere se stesso nel conclave, mettendo in scena un torneo di pallavolo che segna il fatto che per la prima volta in Moretti la palla, il gioco lo sport, diventano semplice passatempo.

Sarà che parlo da uomo ferito, però non credo che questo giovi alla fine al film. Un po’ perché gli apologhi al cinema risultano sempre terribilimente loffi; un po’ perché, ed è il problema della generazione infausta di Moretti, dopo aver mandato a quel paese i maestri, ora che dovresti essere un maestro ti rifiuti? Libero tu di farlo, ma libero anche io di mandarti sulla forca; un po’ perché la Chiesa non è che un pretesto, un pretesto grandioso alla fine ma pur sempre un pretesto, e uno non è che si aspetti La via Lattea, però perlomeno La messa è finita magari sì. Un graffio che noi che eravamo in mezzo alla piazza ci aspettavamo in qualche modo, e invece rimaniamo al balcone senza una soddisfazione e con un po’ di sgomento.

Però,  tanto il rifiuto del Papa è doloroso e forte, quanto il rifiuto di Moretti, quindi la messa in scena del rifiuto del cardinale Melville, è polveroso e senza forza. Quasi mediocre, nel disagio diffuso che vuole trasmettere: il teatro, Cechov, un immaginario che mostra la corda anche nel momento in cui si vorrebbe abolire.

Alla fine, negare se stessi vuole dire anche negare la prorpia ispirazione, e quindi avere un film assai povero, la cui intelligenza si ricava più per deduzione che per esibizione. E questo è un difetto purtroppo grave.

8 Comments

  1. Maurizio
    Posted 20 aprile 2011 at 19:08 | Permalink | Rispondi

    La migliore cosa letta fino ad ora su questo film e in generale su Moretti. Bravo!

  2. Stefano
    Posted 21 aprile 2011 at 11:27 | Permalink | Rispondi

    Ottimo post – ma, davvero, non c’era bisogno dei primi due paragrafi.

  3. Posted 21 aprile 2011 at 11:59 | Permalink | Rispondi

    Post molto interessante, grazie! Ma, a me gli stessi aspetti sembravano di avere un significato un po’ diverso: http://immigrata.wordpress.com/2011/04/20/habemus/

  4. Posted 23 aprile 2011 at 14:20 | Permalink | Rispondi

    Abbiamo scritto quasi le stesse cose … incredibile … ho trovato questo post per caso, cercando, questa mattina, con una chiave di ricerca strana, credo che avesse a che fare con Nanni Moretti con Habemus Papam attacca la chiesa? O una roba del genere.
    Complimenti mi trovate non d’accordo, di più.
    Vi linko nella mia sezione cinephile ;)
    Peraltro vi leggevo anche quando eravate su splinder.
    Rob.

  5. eNZO
    Posted 24 aprile 2011 at 17:39 | Permalink | Rispondi

    ciao CARO,
    meno SEGHE, più REALtà.
    È un FILME
    I messaggetti SONO nella TUA testa, i tuoi, nella MIA, i MII.
    I danni CHE non ha fatto TEX.

    Genti che CRESCONO a leggere LIBBRI e poi non sanno PULIRE il pesce e LEGGERe un filme perchè IL SIMBOLO è sempre nell’OMBRA. COme il buco del CULO.

    il GOLLE è quando la PALLA entra, non quando BODRIGLIARd grida “rete”.

    Il pesce, SI SQUAMA sotto l’acqua, e NON c’è signidicante te TENGA. PuZZa sempre.

    Pace

  6. Stefano
    Posted 25 aprile 2011 at 14:10 | Permalink | Rispondi

    Di solito le vostre recensioni mi piacciono molto.
    Questa non l’ho proprio capita: lunga, contorta, cerebrale….

    Poi, “de gustibus”, a me questo film e’ piaciuto parecchio. Ci ho quasi ritrovato il Moretti dei primi film, il suo lavoro migliore da “Caro Diario”.

  7. manu
    Posted 26 aprile 2011 at 11:27 | Permalink | Rispondi

    @ Maurizio e Roberto: grazie
    @ Oudekki: grazie, il tuo post è itneressante, alcune cose non mi trovano d’accordo, ma ci sta
    @stefano1: ok,i primi paragrafi erano un disclaimer, però secondo me dovuto
    @stefano2: Ci sta. Secondo me questo è il suo film peggiore. In assoluto. Se è cerebrale la recnsione, beh, può essere. Sorry per la contorsione, andava così

  8. Stefano
    Posted 24 giugno 2011 at 17:03 | Permalink | Rispondi

    Invece per me questo è il suo film migliore. Misteri della vita.

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