Il nostro viaggio nel cinema italiano /24: La casa sfuggita, di Ivan Zuccon, 2003

Trama
Terza e ultima parte di una trilogia ispirata ai racconti di Howard Phillips Lovecraft. Uno scrittore (Alex, interpretato da Giuseppe Lorusso) e la sua ragazza Rita (Federica Quaglieri) vanno ad esplorare una misteriosa magione a Frassinelle Polesine: Alex vuole scrivere un libro sui fatti di sangue avvenuti da sempre tra quelle mura, che un tempo ospitavano una locanda. Il passato, rivissuto dapprima in forma di flashback, si mischia del tutto al presente a spese dei due che incontrano una violinista muta, un giovane nobile decaduto, una strana ragazza e un matematico che, forse, ha scoperto qualcosa, decine di anni fa.

Giudizio sbrigativo
I progressi di Zuccon sono evidenti dal primo capitolo della trilogia a questo conclusivo: niente più filtracci, ma finalmente una fotografia curata. Molto viene “normalizzato” in questo film, migliorando la resa tecnica, ma rinunciando quasi del tutto ai momenti deliranti dei lavori precedenti. La sceneggiatura è complessivamente più solida, ma difetta in alcuni dialoghi e nella caratterizzazione della gran parte dei personaggi. Gli attori, Silvia Ferreri a parte, non sono bravi e talvolta la presa diretta rende indecifrabili dei dialoghi. Tutto sommato, però, non è male.

Perché lo abbiamo visto?
Per completezza: ora basta.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
C’è cura in tutte le scene, a dire il vero e, come si diceva, Zuccon è più controllato nelle singole scene. Quindi forse il “fulmine” va cercato in alcuni montaggi arditi e rischiosi, ma in fondo riusciti.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Ogni tanto i tecnici del suono si distraggono, ma è roba da poco: il film tiene.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare)
Già dalla prima sequenza si capisce che, rispetto alle prime due parti della trilogia, qui siamo altrove. Scusate, una battutaccia: ma l’innalzamento della qualità del film è innegabile.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Zuccon, che pure ha un bel gusto per lo splatter, esagera davvero e sfiora il ridicolo quando [spoiler: passa con il mouse sulle righe che seguono se vuoi leggerle o clicca qua] la violinista si strappa la pelle dei polsi a morsi e, avendo rotto il suo strumento, “suona” tendini, muscoli e vene dell’avambraccio. Inoltre compare un caprone (inquadrato a livello zampa-zoccoluta) che neanche ne La Chiesa di Soavi.

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Il conflitto, anche qua, è tra Bene e Male, ancora più assoluti che nei capitoli precedenti.

La società si prende le sue colpe?
Nessuna traccia di società.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Zero.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Sette: nei titoli di coda si apprende che i versi in francese pronunciati nel film sono di Apollinaire. Però non è spiattellato.

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Abbastanza basso: questo è un film che di suo guarda indietro, al gotico in generale e poi, ancora una volta, a Bava, al Pensione paura di cui parlammo tempo fa, all’Avati de La casa dalle finestre che ridono e Zeder.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Se fino alla settimana scorsa scrivevamo “Nessun cedimento. Qua le donne si squartano, non si spogliano”, per questo film ci tocca dire che la normalizzazione a cui accennavamo prima passa anche attraverso il nudo. Se il seno di Federica Quaglieri sembra spesso prendere vita propria, ma non si mostra mai, c’è un nudo frontale a mezzo busto: quello di Micaela Antolini, moglie del regista.

Pubblico? Quale pubblico?
Abbiamo visto i trailer internazionali, quindi speriamo che il pubblico ci sia: esiste persino un dvd in polacco del film. In Italia pare che il nostro non sia considerato, leggendo quello che diceva Zuccon in un’intervista di qualche mese fa.

Ce lo meritiamo?
Confermo: Zuccon, con tutti i suoi difetti, ha coraggio. E infatti ora produce negli USA. Quindi forse ha deciso che non ci merita lui.

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