Goodbye mama, Michelle Bonev, 2010

Burgas (Bulgaria), Natale, fine anni Settanta. Le arance sono razionate e nei negozi ci sono due tipi di bambole. La piccola Elena ne vorrebbe una, la mamma – che del resto la maltratta in continuazione e la costringe a dormire col sottofondo sonoro degli amanti occasionali che si porta in casa – le compra l’altra. Elena piange, abbraccia la mamma e forse si sente in colpa per aver desiderato la cosa sbagliata. Che razza di spettatore sono se mi resta in mente una sequenza come questa, se la trovo comunque toccante? E che razza di film è questo?

Goodbye mama è un film senza dubbio brutto, ma che resta fastidiosamente in mente e di questo si dovrebbe rendere conto. Si tratta di una sorta di emanazione diretta dell’ego smisurato di Michelle Bonev, regista/sceneggiatrice/produttrice/attrice, che nonostante un curriculum  striminzito  si lancia nella costruzione di una saga balcanica che nemmeno Angelopoulos in piena forma saprebbe gestire come regista e che nemmeno Peter Sellers sarebbe stato in grado di sostenere come attore. “Tratto da una storia vera” (?), come si legge sulle locandine, racconta tra mille andirivieni temporali la vita di tre generazioni di donne bulgare legate da complicate relazioni di amore e soprattutto di odio. Jana (la stessa Bonev) è una donna perfida e rancorosa. Rinchiude la madre (Tatiana Lolova) in un terrificante ospizio, dove una dottoressa veterostalinista e una coppia di infermiere in odore di lesbismo maltrattano senza motivo gli ospiti, con l’unico scopo di accelerarne la morte. Ha usato l’unico strumento pedagogico che conosce, l’umiliazione, per tirare su le due figlie Elena (Marta Yaneva) e Teodora (Nadia Konakchieva), che infatti prendono le parti della nonna e cercano di sottrarla alla tutela di Jana.
Che dire allora, senza finire a parlare per forza di Bondi, Galan, Berlusconi, delle relazioni bilaterali Bulgaria-Italia, della nostra povera patria, della decisione della 01 (cioè Rai) di comprarne i diritti (pare) per 1 mln di euro e distribuirlo in 80 copie? Si può parlare del film, come chiedeva Manu a proposito di Habemus papam?

Iniziamo ripetendo che il film è brutto e i motivi sono tanti, ma precisando anche che nessuno di essi ha a che vedere col fatto che Michelle Bonev è (era, sarebbe o sarebbe stata) amica di un dirigente di Rai Fiction e del presidente del consiglio. Non so in Bulgaria, paese coproduttore, ma in Italia i film brutti si sono sempre fatti.  (Il problema semmai è che qualcuno avrebbe dovuto spiegare a Bonev che voler fare il Fassbinder o il Visconti non vuol dire necessariamente esserlo. E che imporre un film privo di mercato in 80 sale d’essai è una mossa che sa poco di libera concorrenza e molto di cultura di Stato). Tornando a noi Goodbye mama è brutto perché la sceneggiatura prende e lascia i personaggi senza spiegazioni, approfondisce oltre misura certe situazioni e sorvola inspiegabilmente su altre (cosa succede a Teodora tra gli 0 e i 15 anni?). Perché  la regista Bonev non riesce a tenere insieme e a distinguere adeguatamente i 4 o 5 livelli temporali in cui si articola il racconto (oggi, inizio 2000, fine anni Ottanta, metà anni Settanta, anni Sessanta…). Perché l’attrice Bonev pretende di interpretare, con la stessa faccia ialuronicamente truce, la protagonista ventenne nel ’68, giovane madre negli anni Settanta, eccetera eccetera fino alla sessantenne busty e incattivita di oggi. Perché la piaggeria compiaciuta verso i potenti è decisamente patetica, le foto di Berlusconi e di Giovanni Paolo II sulla scrivania del buon viceministro bulgaro che si mette di traverso a Jana sono davvero indecenti e il segnalibro col faccione di Stalin dentro i registri dell’ospizio sa di mezzuccio. (Il che non significa che Michelle Bonev non possa dire tutto il peggio che vuole sullo stalinismo bulgaro: avendolo subito per una bella fetta della propria vita credo che ne abbia pienamente diritto e su questo non c’è molto da fare ironia).

Detto questo il film è brutto, appunto, ma non un abisso di insipienza professionale. Il livello della recitazione è medio-alto (a parte l’incomprensibile Lucia Nunez avvocatessa in tailleur), la fotografia – sebbene smarmellata – non è peggio di quella dei  soliti film italiani, la scenografia e le ambientazioni più che adeguate. E soprattutto ha delle cose che restano in mente, cose che di solito non si trovano nei film italiani.
Ad esempio Jana, la protagonista. Quanti film italiani hanno il coraggio di mettere in scena una mamma per niente rassicurante, che non piange, irredimibile, livorosa, incapace di gesti d’amore eppure perfettamente in grado di definire il carattere e le azioni delle figlie? Non la mater dolorosa, non quella che si prende cura, non quella che si sacrifica (quanto meno nel senso abituale) per i figli. Una che si fa pagare da Elena per “liberare” la sorella Teodora (40.000 euro per la cronaca).
Il sesso, poi. Le figure maschili sono del tutto inconsistenti, puri prestatori d’opera o figure di supporto prive di un ruolo concreto all’interno della famiglia (chi è il padre di Teodora?).  Per di più Jana fornica in abbondanza, anche qui senza ritegno e senza giustificazioni. Quante ve ne ricordate nel cinema italiano recente di protagoniste femminili che vanno a letto con chi pare loro perché ne hanno voglia, e non per vendetta/consolazione/ubriachezza/errore fatale? La sequenza finale, in cui affitta un clochard che dorme in stazione gettandogli in faccia pochi soldi è strepitosa e vorrei tanto averla vista in un film più serio, compreso il dolly a salire.
E poi l’ospizio. Le scene della malattia, del decadimento fisico, della tortura inflitta ad anziani nudi e semideformi sono visivamente esplicite e davvero disturbanti. Ricordano Hostel più che Un medico in famiglia e Nonno Libero. Anche qui, dobbiamo aspettare Bonev per vedere cose simili al cinema?
Sesso, famiglia, morte, malattia, rivelazioni. Insomma, dentro Goodbye mama c’è il melodramma familiare, anche se in uno stato di decomposizione piuttosto avanzato. E il melodramma non può che essere monodimensionale e tendenzialmente reazionario, perché riporta tutto a figure primarie incastrate in problemi morali ai quali si possono dare solo soluzioni nette e manicheistiche.
Il giudizio resta quello: film brutto e malamente ambizioso. Ma la bruttezza ha una sua dignità di oggetto di analisi. Il film brutto, come la città di Marcovaldo, a volte si spacca e fa intravedere l’illusione (solo l’illusione) di un altro possibile, che in realtà esiste e cresce solo nel brutto. Per favore, non roviniamoci anche il piacere del brutto finendo a parlare di Berlusconi.

2 Comments

  1. Michelangelo
    Posted 27 aprile 2011 at 13:49 | Permalink | Rispondi

    Quando ho letto “busty” mi sono piegato dalle risate.

    Grazie

  2. paolo
    Posted 27 aprile 2011 at 21:45 | Permalink | Rispondi

    Prego, non c’è di che. L’importante è capirsi :-)

One Trackback

  1. […] d’oro – London Boulevard, di William Monahan – Goodbye Mama di Michelle Bonev – Maschi contro femmine, di Fausto Brizzi – Incontrerai l’uomo dei tuoi […]

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