World Invasion, Jonathan Liebesman, 2011

Che tradotto in italiano...

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Già. Non si può fare a meno di notare come questo film, in originale intitolato Battle: Los Angeles, sia arrivato nelle nostre sale come World Invasion. Le vie dei traduttori sono infinite, arzigogolate e spesso tortuose. Come ha scritto l’amico giovane cinefilo nei suoi settimanali pregiudizi: “effettivamente era difficile da vendere perché nessuno sa cosa cazzo sia Los Angeles né tantomeno cosa voglia dire battle”. Mi ha fatto veramente tanto ridere. Tralasciando sfortunatamente questo dato (e dico sfortunatamente perché fino a qui abbiamo riso), ci tocca parlare del film. Che ovviamente trattando di invasioni aliene, militari e Michelle Rodriguez, sono andato a vedere il primo giorno di programmazione tutto speranzoso. Anche perché il trailer, che vi abbiamo fatto vedere a tempo debito, lasciava ben sperare. E invece, vi giuro, poche volte in vita mia mi sono spaccato le palle come durante la visione di questa cazzata di film. Dite che era prevedibile? Io, che sono spettatore attento e smaliziato, mi sono anche fatto lo sbattimento di recuperare The Killing Room, ultimo film del regista, il signor Jonathan Liebesman. Avete presente quei film dove ci sono tot persone che si ritrovano da un momento all’altro in una stanza senza alcun motivo e  bisogna superare delle prove che se le sbagli muori e solo uno di loro ce la farà e poi ad osservare queste povere cavie c’è quel cattivone di Peter Stormare e quella patata di Chloë Sevigny?  Ecco, The Killing Room è esattamente così e secondo me non è niente male. Un filmettino costruito su un meccanismo ad orologeria che mantiene una buona tensione. Dopo questa prova il signor Liebesman è stato chiamato a dirigere World Invasion. Calcolate che con il budget del catering di World Invasion ci si fanno almeno tre The Killing Room. Insomma, a Liebesman è stata data fiducia per rilanciare il film di invasione aliena. Peccato che nessuno ne sentisse il bisogno e che il film l’abbia scritto Christopher Bertolini. Uno che, se chiedete a me, non dovrebbe avere il diritto di avvicinarsi a una penna, a un computer, a un carboncino, a una lavagna. Questo non deve scrivere più niente in vita sua! Gli alieni sono arrivati sul nostro pianeta. Probabilmente ci hanno invaso perché vogliono l’acqua (ma anche chissene). Contro gli alieni, mandiamo i marines. Si alza una voce nella sala riunioni della Sony Pictures: “Bravissimo Chris Bertolini! Magari però sviluppiamo giusto un attimo di più questa storia. Che ne dici? Cioè, ti abbiamo anche pagato un miliardo di megadollari. Secondo me qualcosa in più ci potrebbe stare…”. Allora Chris, sbuffando, si inventa che i marines devono andare da A a B, prelevare degli umani, tornare al punto A prima che B venga bombardata. E questo è. Un banale filmettino di guerra con gli alieni al posto del nemico, con il plus di una deadline. Niente di male, ci mancherebbe. Peccato che al secondo minuto ci si rende conto di essere di fronte a una delle opere più militariste mai scritte e pensate da mente umana. L’onore, l’eroismo, l’altruismo dei marines viene celebrato in tutti i modi possibili. Solitamente i più banali. Ogni mezzo secondo c’è un soldato che urla delle frasi come: “Sanchez, qui nessuno viene lasciato indietro! Potrà anche essere l’unica cosa che faccio, che io sia dannato, ma ti riporterò a casa da quella bella ragazza col vestito a fiori che sta per diventare tua moglie e che è anche incinta!”. Una roba senza senso. Tutti disperati, tutti super eroici, tutti delle macchiette insopportabili. C’è quello messo scemo, c’è quello cattivo che poi è buono, c’è quello che muore, quello che si sacrifica per quello che gli stava sulle palle, il capitano (che non volevo dirvelo, ma è Aaron Eckhart. Che è bravo, lo sappiamo tutti. Ma cosa fa qui? Niente, se non la faccia addolorata) che nasconde un orribile segreto di cui non frega un cazzo  a nessuno. Insomma, dal punto di vista narrativo il film è banale, noioso, scontato e in odore di fascismo. Non proprio il massimo della vita. Tutta colpa di Chris Bertolini? No. A Gianni Liebesman hanno suggerito di usare uno stile realista, di girare il film tutto un po’ camera a mano per dare l’idea del documntario, del reportage di guerra. E Gianni Liebesman l’UNICA cosa che è capace di fare è zoommare avanti e indietro sulle facce dei poveri marine che nel frattempo stanno urlando: “Fosse anche l’ultima cosa che facciamo, difenderemo con la nostra vita la città di Los Angeles e questi civili a cui evidentemente vogliamo un bene alto e puro che solo noi militari possiamo provare!”. Le sequenze di guerriglia tra i vicoli di Los Angeles fanno tutte cagare. Gli alieni non si vedono mai bene. Ma mai, mai, mai. E quando non si sa più che pesci pigliare, scatta una bella panoramicona di L.A. che va a fuoco tutta fatta al digitale. Ce ne saranno almeno 40 di vedute della città. E c’è anche un momento, più o meno a metà film, per cui nel momento del disastro vero, quando tutto sta andando per il peggio, in cui si inquadra Los Angeles di notte che brucia. E uno dei marine la guarda col cannocchiale – ci sono ovviamente milioni di chili di archi a salire – e il marine esclama: “Non è un buon segno!”. No, direi di no. Evitatelo come la peste.

IMDB | Trailer

One Comment

  1. Susie
    Posted 26 aprile 2011 at 23:38 | Permalink | Rispondi

    “Le vie dei traduttori sono infinite, arzigogolate e spesso tortuose.”
    Sgrunt.
    Da traduttrice mi sento in dovere di dirti che a) non sono quasi mai traduttori professionisti a tradurre i dialoghi dei film (NON CHIEDERMI PERCHé, VORREI SAPERLO ANCHE IO!), b) chi traduce il film non è la stessa persona che sceglie il titolo, che viene scelto per mere ragioni pubblicitarie (ANCHE SE CERTI ESEMPI SEMBRANO SMENTIRE QUEST’AFFERMAZIONE, è COSì!) c) i traduttori professionisti che traducono i libri spesso non hanno alcun potere sui titoli, che sono scelti dagli editor (QUESTA ERA IN PIù, MA ERA PER DARTI UN’IDEA). Ora, chiedimi scusa. Ahahahahahaahah! :)

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