Malavoglia, Pasquale Scimeca, 2010

Partiamo dai rischi in agguato. Il primo era quello di fare un film alla Tornatore, nel senso peggiore, con tante belle immagini di Sicilia, sole e natura. Il secondo era quello di fare un film edificante, di quelli in cui è il messaggio che conta, e il messaggio è più o meno. “Vedi, in fondo non è cambiato granché… Verga aveva già capito tutto”. Il primo rischio è evitato di slancio, sul secondo c’è da discutere, ma secondo me è evitato anche quello.

Non c’è spazio per illustrazioni e ricostruzione del genere “grande romanzo-grande film” perché il regista Pasquale Scimeca sceglie (ha necessità, qui cambia poco) di lavorare su un budget medio-piccolo, ambientando la vicenda della famiglia Malavoglia nel presente e lavorando con attori non professionisti. Viene fuori una Sicilia (Portopalo di Capo Passero, estrema punta sudest) abbastanza inedita e lontana da quella pure confinante di Montalbano: invernale, silenziosa, livida; il giovane ‘Ntoni Malavoglia ha addirittura i capelli rossi.

L’operazione di adattamento delle vicende al presente è più critica perché la sovrapposizione dei vinti di ieri con quelli di oggi si presta qua e là al sospetto di didascalismo. Alfio (il fidanzato di Mena) è un immigrato nordafricano, al posto dei sensali ci sono dei trafficanti forse di droga (forse di armi) ovviamente amici delle banche, le giovani del paese cantano Tre parole di Valeria Rossi.

Scimeca però ha idee precise su come mettere in scena la storia dei Malavoglia, senza rimanere schiacciato dall’angosciante eredità di Verga e di Visconti. Lascia invariati i riferimenti topologici: la Provvidenza, la casa del nespolo, il vicolo. Utilizza uno sguardo onnisciente, letteralmente dall’alto, ma lo confina al chiuso di abitazioni senza centro e male illuminate. Costruisce un’epica, vedi il prologo, che è soprattutto tentativo di porre una distanza critica tra l’atto del raccontare e le vicende narrate. L’invenzione più rischiosa è però nel finale, parecchio distante dalla lettera del romanzo: qui e nel resto del film le somiglianze tra oggi e ieri non servono – mi pare – per rivelare delle linee di continuità immutabili. Servono al contrario per mettere in rilievo l’incompatibilità tra la cultura tradizionale rappresentata e tutto ciò che appartiene al nuovo, alla modernità. I proverbi di padron ‘Ntoni [spoiler!] vanno a finire in un pezzo di musica dance prodotto dal nipote, il cui successo permette alla famiglia di risollevarsi economicamente: proprio per la sua natura ottusamente tetragona la cultura dei nonni (i genitori praticamente non parlano) è sostanzialmente incapace di declinare la modernità, può solo rifiutarla o esserne fagocitata in forma di parodia.
Scimeca insomma rischia parecchio, ma fa un film sporchissimo, toccante e molto consigliato.

6 Comments

  1. babidec
    Posted 4 maggio 2011 at 10:58 | Permalink | Rispondi

    ottima recensione e splendido film!
    Scimeca come anti-Tornatore, poi, mi riempie di gioia…

  2. Posted 6 maggio 2011 at 11:12 | Permalink | Rispondi

    Io l’ho trovato piuttosto brutto, specie nell’adattamento tardon-giovanilistico ai tempi attuali: diggei n’toni è una degli stereotipi più goffi che mi sia capitato di vedere in una sala e il finale convulso, con l’accenno poliziesco e vari urlacci capatondiani mi è parso sfiorassero davvero il ridicolo involontario. In cosa sbaglio?

  3. paolo
    Posted 6 maggio 2011 at 11:37 | Permalink | Rispondi

    Ma magari non sbagli e sono io troppo indulgente, proprio perché il film mi è piaciuto… Parlandone col collega Francesco avevo espresso il dubbio che il film facesse fatica a superare lo stretto.
    In ogni caso. Gli urlacci secondo me li devi mettere un po’ in conto quando lavori coi non professionisti in questa chiave vagamente brechtiana: un conto è farli recitare uno per volta, un conto gestire scene di gruppo.
    Su dj ‘Ntoni invece mi impunto. Secondo me è un brutto stereotipo perché non può che essere così: il fulcro di questo adattamento (ma ripeto, magari sono io che sovrainterpreto) mi pare proprio l’incapacità che ha questa cultura tradizionale di adattarsi senza diventare ridicola. O fai come il nonno che va avanti bruciando proverbi, o fai come il nipote che li trasforma in musica tamarra. Una via di mezzo non sembra data e infatti la generazione di mezzo, nel film, non è pervenuta.
    Il momento “La squadra: Pachino” non so nemmeno io come commentarlo. Non mi ha dato fastidio, ma non saprei che dire.

  4. Manute
    Posted 6 maggio 2011 at 12:29 | Permalink | Rispondi

    Uhm , su DJ ‘Ntoni ti impunti con maestria, ma sono convinto che spesso il problema di certo cinema è che a renderlo effettivamente ricco di significati sono le chiavi che il bravo critico riesce a trovarci, che magari ci sono anche nella mente del cineasta sul piano teorico, ma che sul piano della fruizione immediata,a cneh per la povertà di mezzi nella messainscena, si risolvono in un grosso “maccosa!?”

    A rileggere il mio commento, comunque, sbaglio principalmente nelle concordanze grammaticali.:)

  5. paolo
    Posted 6 maggio 2011 at 13:16 | Permalink | Rispondi

    Il “bravo critico” mi ricorda un po’ il “bravo presentatore” di Frassica :-)
    (E comunque sempre in Sicilia torniamo).

  6. valentina
    Posted 6 maggio 2011 at 19:36 | Permalink | Rispondi

    che strano che venga fuori un giudizio così diverso del giovane cinefilo, il trailer m’ha fatto veramente schifo però :/

One Trackback

  1. […] che ha vinto il Gran Premio della Giuria alla Biennale sembra di stare più dalle parti dei Malavoglia di Scimeca. Attraverso gli interni, i volti, la lingua, Crialese riesce a cogliere e a ridarci […]

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