Il nostro viaggio nel cinema italiano/26: Una notte blu cobalto di Daniele Gangemi, 2009

Cioé, ma l'hai letto Sun tzu? Spacca il cervello

Trama: Dino (Corrado Fortuna) è uno studente universitario fuoricorso a Catania. Non di lettere o simili, ma di ingegneria. E’ bloccato da un po’ negli studi e nella vita perchè depresso in quanto la sua ragazza Valeria (Regina Orioli back in the days) lo ha lasciato. Triste e depresso, si lascia vivere e non combina più nulla, fino alla notte in cui la sua vita cambia:  infatti, passa davanti alla pizzeria Blu Cobalto, gestita dal filosofeggiante Turi che cita Sun Tzu (Alessandro Haber, che fa Turi non Sun Tzu, per la precisione e per la grazia di Sant’Antonio). Prende quindi il lavoro di ragazzo che porta le pizze a domicilio, ma che non sono pizze qualunque, margherita 4 stagioni bismark, ma le Blu Cobalto. E che cos’è una Blu Cobalto? Non lo sveliamo per non fare spoiler. Però durante la sua notte da portapizze per le strade di Catania farà molti incontri con un’umanita bizzarra e bislacca che, forse, lo faranno cambiare

Giudizio sbrigativo: Il film è bruttino, ma ci piace vedere delle cose buone. La confezione molto professionale, con una fotografia ottima, che difficilmente si trova in film così piccoli. Un’idea di stile visivo che, per quanto derivativa e abbeveratasi a mille e risaputi e vecchiotti rivoli (Wong Kar Wai, Caro Diaro, qualcosa di Lynch, Lost in Translation, Virzì, Fuori Orario, Lisbon Story ecc.), è comunque pregevole. Il cast è buono, le musiche sono tutte composte da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro che può piacere o non piacere, per esempio a me fa venire le vesciche ai piedi e poi le fa scoppiare, ma comunque è cosa di livello nel panorama italiano. La cosa che mi è piaciuta di più: la resa visiva di Catania.

A questo punto dovrei dire perché il film è bruttino, visto che ho elencato cose positive. Lo script, la sceneggiatura la voice over, ma sarei banale. Il fatto che il protagonsta sono le paturnie di un fuoricorso è una buona motivazione per stroncarlo. L’idea piccina di magia che sta nelle pizze blu cobalto? Ma uno alla fine se la compra pure. Diciamo che è l’aria disperante di non avere proprio né i temi, né i luoghi per raccontare il proprio disagio se non per stereotipi, calchi e robe già straviste. La sensazione di aver già visto negli scorsi 15 anni film simili, e in tutti aver detto non che manca la buona volontà, ma nemmeno il mestiere, è proprio che manca il linguaggio, il mondo, le cose. Se il tuo club Silencio è una pizzeria da asporto con Alessandro Haber come oste, ti manca proprio il fiato per andare oltre. Se il protagonista sbotta “il mio futuro è sbriciolato”, trangugiando un bicchiere di rosso come fosse Callahan, ma in realtà lo sta dicendo alla mamma che gli dice “studia, pensa al tuo futuro” capisci che manca proprio l’immaginario.

E alla fine della visione il mio stato d’animo è: “Ho tanta voglia di vedere Il cacciatore


Perché lo abbiamo visto?: Perché c’era Regina Orioli, quasi un’icona generazionale, che negli anni ’90 ha dato un grosso contributo alle infauste scelte di giovani uomini che, per rimorchiare tipe che sintetizzano incomprensibile fascino dalla malmostosaggine come lei sullo schermo, si consacravano a intraprendere carriere che non sarebbero mai riusciti  a descrivere senza fare dei disegni ai propri genitori e che non avrebbero portato a un decente stipendio neanche con un boom economico triplo a quello dei primi ’60. E in sto film fa esattamente quel ruolo.



Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”): tutte le sequenze notturne a Catania, per quanto assomiglino al primo episodio misconosciuto di un film di Moretti di 20 anni fa, sono eccellenti.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate): il dialogo con l’amico al bar “vieni al concerto stasera? ti passo a prendere” “no, magari ti raggiungo io” “ma perché non reagisci comincia a vivere” è puro macciocapatondismo

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare) direi ancora i giri con la vespa a Catania, ma mi ripeterei. Diciamo che la scena di quando va a consegnare la pizza alla festa fa ben sperare, anche perché ci sono delle idee visive che permettono, con mezzi ridotti, di evitare l’effetto Tombolata-all’Oratorio-delle-pubblicità-Ferrero di tutte le scene in discoteca del cinema italiano degli ultimi 20 anni

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida): diciamo che l’incipit in voice over con Corrado Fortuna depresso che va al cesso a cagare non è tra gli inizi più folgoranti della storia del cinema. Però è l’inizio e sarei crudele. Vince per distacco: compare Alessandro Haber e cita L’arte della guerra di Sun Tzu. Gioco. Partita. Incontro.

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto): nessun conflitto, è una storia interiore

La società si prende le sue colpe?: nessuna colpa della società, la colpa è nostra che non sappiamo superare i dolori e trovare la felicità

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”): Assolutamente 0. Può essere scambiato per un film di sinistra per un equivoco che gli stereotipi che prende in prestito per fare la sua storia di formazione sono tutti considerati erroneamente film di sinistra, ma sarebbe ora pure di lasciarci alle spalle questa perversione mentale veltroniana

Indice “Montale e i suoi limoni (alias sfoggio di high culture a caso): Un pochetto. Ci sono sempre le locandine giuste per far capire dove siamo: es. Ghost in the shell nella cameretta del nerd, Taxi driver nell’immancabile scena nel cinema vuoto

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?) no, nulla. Già ora sembra un film di 10 anni fa

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali) : Ovviamente Regina Orioli, quasi l’idea platonica di tetta laterale nel cinema italiano

Pubblico? Quale pubblico? Quelli che sanno chi sono Regina Orioli e Corrado Fortuna e sanno indicare perlomeno 4 film in cui hanno recitato

Ce lo meritiamo?: Si, sicuramente perché ci meritiamo il deja vu dei troppi romanzi di formazione tutti eguali che crediamo bullescamente tutti unici. Però ci meritiamo anche qualcosa di più. Tipo un nuovo immaginario.

Io ho davvero voglia di vedere Il cacciatore.

Ma com'è bello andare in giro per i colli catanesi

Trailer|IMDB

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2 Comments

  1. paolo
    Posted 5 maggio 2011 at 12:44 | Permalink | Rispondi

    Posso aggiungere alcune cose a questo eccellente post?

    1) Ti segnalo due eccezioni alla condivisibilissima regola della disco-oratorio, molto simili ed entrambe molto scorsesiane: l’ingresso di Tony Pisapia in discoteca in “L’uomo in più” e l’inizio di “Anni ’90” di Oldoini.
    2) Veltroni è senza dubbio il demonio, ma Virzì (che a noi piace tanto) è una delle sue incarnazioni cinematografiche. In attesa di vedere “Una notte blu cobalto” la coppia Fortuna-Orioli viene sicuramente da lì. Ed è Virzì ad aver ricodificato in questi termini (che molti danni, come scrivi, hanno fatto) l’opposizione brava e bella vs stronza intrigante, che è una delle migliori invenzioni dei Vanzina (Sharon e Benedetta della 3a C).
    3) Bisognerebbe fare un dogma italico 2.0, in cui si vietano una serie di accoppiate attore+ruolo. Fino a quando Orioli farà la fidanzata? Altri esempi non li cito, ma solo per amore di sintesi.
    4) Su imdb il film risulta prodotto dalla Orchidea e da Grazia Rendo. Per wikipedia è prodotto da Maria Grazia Cucinotta (…) e altri, tra cui il marito Giulio Violati. Ti ricordi cosa dicono i titoli?

    p.

  2. manu
    Posted 5 maggio 2011 at 14:02 | Permalink | Rispondi

    Rispondo
    1) grazie della segnalazione. In effetti ricordo l’uomo in più, invece mi sfugge anni 90
    2) Il mio affetto per virzì è totale. E questo film è suo grosso debitore. se non altro perché racconta la stessa fetta di mondo (che poi, mi piaccia o no, è la mia). Il discorso su Virzì ci porterebbe lontano e sarebbe da fare in altra sede. Vorrei sottolineare che i ragazzi della 3c è però di Claudio Risi, ma soprattutto che Benedetta è completamente scevra dal desiderio, non è soggetto né oggetto. Secondo me tutto ciò in un sistema industriale maturo crea Juno.
    3) Sono d’accordo e possiamo riscriverlo: le cose sono molto cambiate in effetti.
    4) Sicuramente Orchidea, non so grazia Rendo

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