Con gli occhi dell’assassino, Guillem Morales, 2010

La prima annotazione riguarda il titolo storpiato dall’originale, com’è costumanza dei distributori italiani. Una scelta piuttosto irritante (il popolo bue dev’essere preso per mano e indirizzato dalla parola “assassino” sennò non va al cinema? Ditemi che non è così) dal momento che scegliendo il titolo Con gli occhi dell’assassino come traduzione per Los ojos de Julia si decide pure di fottersene bellamente del cuore stesso della vicenda (gli occhi della protagonista e delle vittime muovono la storia, non certo quelli dell’assassino). Ora, dopo il doveroso sfogo ormai di ordinanza sulle sciagurate scelte traslatorie, possiamo comunciare a parlare del film.

Julia (Belen Rueda, già protagonista di Mare dentro e di The orphanage, altro bel thriller made in Spain) e Sara sono gemelle, accomunate da una grave patologia degenerativa della vista. Non corre buon sangue tra di loro a causa di un’affaire amoroso tra il marito di Julia, Isaac, e Sara, ma quando quest’ultima si suicida Julia decide di scoprire cos’è davvero accaduto alla sorella, non credendola capace del gesto. Le piste che Julia segue la portano ad essere risucchiata in un mondo dove il concetto di visione sembra sfaldarsi e perdere di oggettività: una realtà dove la cecità è modo di vedere più profondo e acuto e la dimensione dell’invisibilità è possibile solo mostrandosi a un mondo che distratto schiva e non cattura immagini, volti, persone, solitudini. Un mondo di freaks e di invisibili, che vedono senza essere visti o che, non vedenti, scrutano più in profondità degli altri. Tutto ruota attorno ad una misteriosa presenza maschile la cui realtà sfugge ai più. L’aggravarsi della malattia di Julia va di pari passo col suo precipitare in un incubo i cui contorni, per paradosso, diventano a lei sempre più nitidi.

Vivificato da una regia mai banale (è il secondo lungometraggio del quasi esordiente Morales) e prodotto da Guillermo del Toro, Con gli occhi dell’assassino è un thriller che funziona splendidamente in alcuni momenti e si fiacca irrimediabilmente in altri. La prima parte è decisamente la meglio riuscita, con scene che strizzano l’occhio all’horror italiano anni Settanta, da Dario Argento a nonno Fulci (una, notevole, di Julia nello spogliatoio di un centro per non vedenti, circondata da donne cieche e minacciose come streghe in una sorta di sabba). Il tema della cecità, già ampiamente sfruttato dal filone horror, si arricchisce in questo film di intenzioni analitiche e implicazioni sociologiche (sulla solitudine, l’invisibilità, la ricerca di un’identità agli occhi, è proprio il caso di dirlo, del mondo). Purtroppo la parte centrale del film si dilunga eccessivamente senza sviluppare in maniera troppo interessante il rapporto tra vittima e carnefice, risolto in fretta come in una sorta di equazione o di spiegazione dovuta e un po’ arrabattata, ed il finale rischia di scadere nel patetismo e nel lirismo decisamente stonato rispetto al colore della narrazione. Insomma, premiato a metà. Una visione comunque non banale, comunque, sia nella fotografia che predilige i toni scuri e le immagini sfuocate di una vista disturbata, che annerisce i contorni, sia nella capacità di tenere alta la suspence in alcune scene, quando pare che tutto sia pronto a ribaltarsi e niente offre un appiglio si certezza. Insomma, nella penuria della settimana lo si può consigliare. Tanto, suvvia, lo sappiamo tutti che siamo in attesa solo di Malick.

IMDB | Trailer

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