Corpo celeste, Alice Rohrwacher, 2011

Scusate se è poco, ma questo è il lungometraggio di esordio di una regista non ancora trentenne, ed è stato selezionato per la Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes: nemmeno trenta film scelti su una rosa di migliaia di titoli, per la sezione con la “s” maiuscola. Quella che ha sfornato i vari Herzog, Fassbinder, Oshima, Jarmush, Bresson, Haneke. Scusate se è poco, ma questo lungometraggio di esordio di una regista non ancora trentenne non parla di trentenni in crisi, non di precariato sentimentale e lavorativo, ma sceglie un argomento che, sottoposto alla maggior parte dei produttori, avrebbe potuto sollevare più di una perplessità (lode dunque al coraggio di scegliere diversamente). E perdonate infine una punta di campanilistico orgoglio, chè c’è di mezzo una casa di produzione bolognese in quello che è stato definito il più bell’esordio cinematografico di una regista italiana.
Alice Rohrwacher, sorella della più famosa Alba, racconta in Corpo celeste una piccola storia di formazione, un racconto sull’adolescenza magnifico per grazia e sincerità estrema, privo di sbavature, di luoghi comuni, di riconoscibilità geografica. Ambienta la storia di Marta, 13 anni, in un piccolo paese della provincia di Reggio Calabria che però è periferia di ogni luogo, con il grigiore dei suoi palazzoni, la desolazione di un orizzonte grigio (molte poche concessioni alla solare mediterraneità), con una vaga promessa di mare e bellezza possibile. Marta (la bravissima Yle Vianello) è capitata qui, con madre (Anita Caprioli) e sorella,  dalla Svizzera, per quel fenomeno di emigrazione di ritorno sempre più frequente in tempi di crisi economica globale. E’ in età di cresima, e deve farsi nuove amiche: la via che le si prospetta è quella della frequentazione della piccola parrocchia, per prepararsi al sacramento con le lezioni di catechismo. Un microcosmo, quello della chiesa, saturo di povertà etiche e morali, con orizzonti fin troppo angusti, meschine ambizioni, vuoto culturale, fiacchezza da colmare con la costruzione di un appeal preso a prestito dal mondo televisivo (il quiz “Chi vuol esser cresimato”, le canzoncine per i ggiovani, lo squallido contrasto tra le mossette da velina delle bambine e i loro vestiti da angioletti). Un micrcosmo che però nelle realtà più marginali ed abbandonate dalle istituzioni diventa l’unico referente possibile, l’unico organizzatore di tempo e relazioni. A meno che, ed è ciò che farà Marta con la sua discretissima, silenziosa ribellione, non si decida di squarciare l’orizzonte di cartapesta dello stanco ed ipocrita conformismo aderendo piuttosto alle parole di un vecchio prete che abita un borgo fantasma (Renato Carpentieri in un cameo da brividi) che le rivela che Gesù è un matto, e che presumibilmente dalla croce gridò la sua rabbia, prima di concedere perdono.

Girato con mano che ricorda più i fratelli Dardenne che non le incertezze di una novizia della regia, Corpo celeste è un film in stato di grazia. Che sa raccontare senza giudicare, sposando lo sguardo di scoperta della sua protagonista in ogni momento, con ogni movimento di macchina; che vive di una perfetta alchimia tra gli attori, professionisti e non, che pulsa in alcune scene di lirismo puro (Marta che sfiora un impolverato crocifisso ligneo in una chiesa diroccata, ridisegnando il corpo di Cristo, lo stesso crocifisso caduto che galleggia nelle acque di un fiume, tra le pietre e l’acqua limpida, come fosse l’unica, possibile sua collocazione). Che si chiude (omaggiando Antoine Doinel) con la scoperta del mare, in una sorta di cerimonia laica. Con la scoperta pulsante e straziante della vita e di una strada che si fa chiara, di un futuro che si disegna, seppur con tratto ancora incerto, nelle sue meravigliose potenzialità, illusioni, certezze ed errori.

IMDB | Trailer

2 Comments

  1. paolo
    Posted 31 maggio 2011 at 12:58 | Permalink | Rispondi

    Ti devo confessare che io invece – al netto delle buone intenzioni e delle buone intuizioni – l’ho trovato spiacevole ai limiti della volgarità. C’è dentro veramente di tutto (le crisi adolescenziali, la monnezza, la religione, la politica, la mamma…), ma non si capisce qual è la direzione di tutta la materia e manca soprattutto la capacità di gestire il grottesco. Tanto che a volte viene fuori un senso di superiorità rispetto ai personaggi di cui farei volentieri a meno. La scena della perpetua sul letto è roba che ti fa venire voglia di rivalutare Lina Wertmuller.
    Poi, francamente, basta con le criptocitazioni di Antoine Doinel, in certi film italiani ci vorrebbe un bel cartello tipo quello del negozio di chitarre di Wayne’s World:

  2. eleonora
    Posted 6 giugno 2011 at 16:10 | Permalink | Rispondi

    A me la scena che è piaciuta meno – volevo dirvelo, così, non perché qualcuno lo abbia chiesto, in realtà – è quella in cui Marta accarezza il crocifisso. Ecco, lì va a ramengo tutta la prospettiva adolescenziale, perché mai una ragazzina di tredici anni avrebbe fatto una cosa così, e chiunque frequenti una sorella/cugina/figlia di amici di quell’età lo sa. Piuttosto, si sarebbe messa in un angolo a giocare con il cellulare. Mi è sembrato un esercizio di stile compiaciuto e irritante per via dello sfoggio, della mancanza di umiltà.
    Per il resto, un film non sgradevole, ma che si dimentica velocemente, con facilità.

One Trackback

  1. By Vitaminic – Corpi on 1 giugno 2011 at 17:16

    […] Il primo film è stato Corpo celeste, di Alice Rohrwacher: presentato a Cannes, il film ha diviso la redazione di SecondaVisione. Da un lato Paolo, negativo, dall’altro Francesco, un po’ più favorevole al film. Abbiamo chiamato al telefono anche la Papessa, che ne ha scritto (positivamente) sul blog. […]

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: