Sins of My Father, di Nicolas Entel, 2009

Sì, questo post è apparso una settimana fa sul blog di Pampero Fundacion: ve lo riproponiamo, così.

“Tali padri, tali figli”, dice un vecchio adagio, dalla natura piuttosto conservatrice. Ma se tuo padre si chiama Pablo Escobar? Sins of My Father (Pecados de mi padre in originale) è un documentario del 2009 coprodotto dalle due nazioni che segnano per sempre la vita del primogenito di uno dei narcotrafficanti più famosi e potenti della storia: Juan Pablo nasce in Colombia e si gode la vita che può avere un bambino figlio di un milionario che lo ama alla follia; lo stesso Juan, alla morte del padre, è costretto all’esilio in Argentina. Il regista Nicolas Entel, dopo un esordio nel 2005 con Orquesta Tipica, decide di buttarsi anima e corpo in questo progetto: raccontare la storia di Pablo Escobar attraverso moglie e, soprattutto, figlio.

Juan Pablo in realtà si chiama da anni Sebastian Marroquin: e per forza, considerando che le minacce di morte nei suoi confronti non sono ancora solamente un ricordo. Ciononostante, decide di porre fine alla spirale di violenza da subito quando, dopo una reazione a caldo alla notizia dell’uccisione del padre da parte delle forze di polizia colombiane (e pare anche di uomini del cartello rivale, quello di Calì), dichiara di non volersi vendicare degli assassini del padre. Insieme alla narrazione dell’ascesa e della caduta del boss della cocaina, proprio il tema della spirale di violenza che passa dai padri ai figli, e del sentimento di vendetta, fa da padrone al centro del film che documenta un gesto eccezionale: l’incontro di Juan Pablo con i figli di due tra le vittime più illustri di Escobar, i politici Luis Carlos Galan e Rodrigo Lara Bonilla. I due, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, avevano provato a fermare il potere del narcotraffico colombiano, il cui radicamento negli apparati statali stava diventando ormai molto saldo.  Il figlio di Escobar è incredibilmente lucido nel narrare la sua storia, ma anche nell’affrontare l’incontro sul quale si chiude il film: in preparazione ad esso scrive una lettera toccante e profonda ai figli di Galan e Lara, in cui si pone umilmente nella posizione di chiedere scusa per i crimini commessi da un padre perso quando aveva sedici anni. Il protagonista del documentario, però, è altrettanto cristallino nel ricordare l’affetto del padre senza cadere in alcuna forma di assoluzione, tant’è che pare, in certi frangenti, che Juan Pablo debba crollare all’improvviso, stremato dai sentimenti contraddittori che – ne siamo certi – nutre tuttora a proposito di una figura così feroce e, al tempo stesso, vicina.

2 Comments

  1. Posted 31 maggio 2011 at 10:39 | Permalink | Rispondi

    Ho visto questo film un anno fa al Biografilm. Ne ho un ricordo molto vago devo essere sincera. Lo trovai interessante per la storia che raccontava e che non conoscevo, ma un po’ troppo retorico!

  2. Fra
    Posted 31 maggio 2011 at 11:18 | Permalink | Rispondi

    Credo che la retorica sia una naturale “valvola di sfogo” per quello che ha subito il figlio di Escobar: di fronte a tanto profondissimo male, non si può che reagire guardando (anche con un po’ di retorica) al massimo bene che si può fare e che ci dev’essere.

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