Marwencol, Jeff Malmberg, 2010

Proprio ieri Marwencol ha vinto il Best Life Award dell’ultimo Biografilm Festival, e non ci poteva essere premio migliore per questo film che, in effetti, ha come enorme e principale pregio quello di farci conoscere l’incredibile storia di Mark Hogencamp. Nell’aprile del 2008 Hogencamp era in un bar: un luogo abbastanza frequentato da chi, come lui, ha problemi di alcol; probabilmente ubriaco, viene stuzzicato da cinque ragazzi che, fuori dal locale, lo picchiano senza motivo. E’ un pestaggio improvviso e cruentissimo: Mark rimane in coma per nove giorni, gli devono ricostruire la faccia ma, soprattutto, subisce danni pesantissimi al cervello. Ma sopravvive. A trentotto anni Hogencamp deve rifarsi una vita da zero: non ha memoria di niente, se non in forma di flash improvvisi e decontestualizzati, non sa scrivere, non sa leggere, non è più capace di disegnare. Con estrema pazienza ri-impara tutto, ma il trauma psicologico è tuttora vivo: decide quindi di impegnare le sue giornate nella costruzione di un immaginario paesino del Belgio verso la fine della Seconda Guerra mondiale, popolato di bambole rigorosamente in scala 1:6, come lo sono gli edifici, i veicoli, gli oggetti. Tutto è incredibilmente realistico: le jeep hanno le gomme consumate, le armi in dotazioni sono repliche perfette, con tanto di caricatore estraibile. Mark ha creato un altro mondo e inizia a immaginare una vita parallela: quella del suo alter-ego, un militare americano che capita nell’Europa centrale, che ama, combatte e gestisce un bar, pur essendo astemio. E scatta migliaia di fotografie che immortalano le vicende che ogni giorno vivono gli abitanti di Marwencol, che altri non sono se non le trasposizioni di amici, conoscenti e familiari di Mark.

Avrei potuto continuare nella narrazione della trama, e l’avrei fatto con gusto: questo dimostra che Malmberg ha colto nel segno, poiché con il suo film non fa sì soltanto che ci si appassioni alla storia di Mark Hogencamp, ma anche del suo “pupazzo” e, soprattutto, dei suoi amori. Due sono le frasi-chiave del film. Una viene pronunciata da un redattore di una rivista d’arte, che ha scoperto Marwencol grazie a un amico fotografo: dice, più o meno, che la cosa notevole del lavoro “autoterapico” di Hogencamp, è la sua totale mancanza di ironia. Mark non è un artista-fotografo che immortala questi pupazzi strizzando l’occhio, no: è un fotografo della realtà, della sua realtà, ma in modo del tutto privo di secondi livelli di lettura. Il secondo punto focale del documentario, invece, ci arriva dal protagonista dello stesso, quando racconta del matrimonio del suo alter ego: “Almeno qui posso avere una donna”. La mancanza d’amore e la solitudine, unite alla paura cronica scatenata dall’aggressione di quella sera terribile, hanno reso Mark fragilissimo. La consapevolezza delle ferite, raggiunta anche grazie alle storie di Marwencol, gli permette, però, di andare avanti, di migliorare, seppur lentamente. O almeno, questo è quello in cui crediamo fino alla scelta di Malmberg di chiudere il film su finale davvero inaspettato.
Ecco, dove sta in tutto questo il regista? Considerando che Malmberg ha anche prodotto e montato il film, la risposta è che dobbiamo semplicemente ringraziarlo per averci fatto conoscere questa storia, giustamente pluripremiata nei festival di mezzo mondo.

IMDB| Trailer

One Trackback

  1. […] vi abbiamo consigliato il film vincitore della rassegna, Marwencol (ne abbiamo anche scritto sul blog) e Cinema Komunisto, un sorprendente (sebbene forse troppo “superficiale” sul lato […]

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