Come inguaiammo il cinema italiano. La vera storia di Franco e Ciccio, Daniele Ciprì e Franco Maresco, 2004

E pensare che la Lucky Red di Andrea Occhipinti aveva puntato su questo titolo per fare un po’ di cassa per sè e per i nostri Ciprì e Maresco. E invece il documentario Come inguaimmo il cinema italiano, passato a Venezia 61, non ha poi avuto una distribuzione degna dell’obiettivo preposto. Ce lo siamo così recuperati lo scorso martedì, in piazza Maggiore, a Bologna, “Sotto le stelle del cinema”. E per inciso mi permetterete pure di mettere nero su bianco che lo schermo in piazza per un mese e passa è una delle più straordinarie operazioni culturali tipo del secolo in una città altrimenti sonnecchiante e ferma a vivere della rendita delle passate glorie settantasettine e radioalicine e punkeggiantio e Pazienti. Ecco, l’ho detto.

Che poi recuperare una storia come quella di Franco Benenato e Francesco Ingrassia, li si ami o meno, significa farsi un viaggetto mica da ridere nella storia dello spettacolo italiano del novecento, dagli esordi nelle piazze all’avanspettacolo al cinema all tv pubblica prima e commerciale poi che dei due segna il definitivo tramonto. Una storia iniziata, come da più classica delle iconografie dell’attore comico, in estrema povertà e che per una serie di circostanze fortuite ma pure per una dedizione religiosa al palcoscenico si trasforma in storia di straordinario successo popolare. Snobbata, ovviamente, dalla critica che li relega a fenomeno di serie B, coi vari Kezich e Fofi che però di nascosto ridono di gusto alle stramberie della coppia e alla straordinaria mimica e corporeità di Franchi, vero pupo siciliano manovrato in movenze sgangherate da invisibili fili.  La voce narrante di Maresco accompagna le voci di altri improbabili Virgilii (un poeta che somiglia al pedante professore di Amarcord, un giovane critico cinematografico parodia dello studente damsiano) e di altre testimonianze  illustri. Tullio Kezich e Fofi, appunto, ma pure Bernardo Bertolucci (che non ha mai voluto vedere Ultimo tango a Zagarolo per paura di scoprirlo migliore del suo, di ultimo tango), Lucio Fulci, col quale i due girarono una sequela impressionante di film, i conterranei Lando Buzzanca e Pippo Baudo, Tatti Sanguineti, Pino Caruso, e poi mogli, figli e parenti vari. Tutti a ricostruire il mosaico di una storia artistica che non preme tanto riabilitare come oggi si usa (molti dei film che fecero sono quel che sono, soprattutto quelli girati a raffica da dare velocemente in pasto ad un pubblico consolidato) quanto per mostrare il lato umano e di straordinaria professionalità dei due protagonisti. Che dopo anni di onorato servizio assieme arrivarono ai ferri corti, in una sequela infinita di divisioni e riappacificazioni, come si conviene alle storie d’amore più grandi. Da un lato un Ingrassia frustrato da una sorta di sindrome da eterna spalla che con successo comincia a sperimentare le sue virtù di attore drammatico (con Elio Petri, con Federico Fellini), dall’altra il più ridanciano Franchi che gira la parodia del film di Bertolucci facendo pronunciare a Goffredo Fofi la famosa frase “La parodia di una finta opera d’arte finisce spesso per essere migliore dell’originale. È per questo che Ultimo tango a Zagarolo è più bello di Ultimo tango a Parigi “.
Una vicenda artistica ricostruita per tappe quella che Ciprì e Maresco scrivono con il loro documentario. Il teatro, i film, il grande successo, il “Rinaldo in campo” e le collaborazioni con Modugno fino alla rottura, la tv, le interviste, il declino, il salvataggio in extremis ed il tentativo di rilancio nelle tv a lustrini e paillettes del Cavaliere, le accuse (a Franchi) di associazione mafiosa (per un film prodotto da don Michele Greco per far recitare il figlio poco dotato di qualità recitative), la prematura scomparsa di Franchi, annientato da quelle accuse (che poi si rivelarono infondate: la testimonianza è del giudice Ayala) nel 1992, quella di Ingrassia parecchi anni dopo.

Un’opera che sicuramente non raggiunge le vette dissacranti degli altri lavori di Ciprì e Maresco ma che ha il merito di restituirci il sapore sincero di una carriera di onestissimi artigiani della risata, di loasciarci con un velo di malinconia per un tempo irrimediabilmente finito (o farci, al contrario e perchè no, tirare un sospiro di sollievo). Con una chicca da collezionisti: scoprire che Buster Keaton girò un film assieme ai nostri due (film evidentemente di scarsissima rilevanza artistica a dispetto della presenza di un mostro sacro) è uno di quegli aneddoti dei quali si ha il gusto di posseder conoscenza. Così come sentire il vocione di Fulci che con la consueta irruenza e piglio anarchico narra della straordinarietà dei due. Non so voi, ma se lo dice lui io ci credo.

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