Il ritorno di Jonze e Gondry

Sono tante le cose in comune tra Spike Jonze e Michel Gondry: entrambi sono nati negli anni ’60, sono pazzerelli e visionari, hanno girato moltissimo, facendosi le ossa nel campo dei commercial e dei videoclip per poi fondare, insieme a Chris Cunnigham (un altro che starebbe bene in questo post), l’etichetta Directors Label. Infine sono passati a dirigere dei lungometraggi di finzione, con successi ondivaghi. Per quanto mi piacciano Eternal Sunshine e Essere John Malkovich, credo che il genio di questi due cineasti si trovi proprio quando legano le loro visioni alla musica.
Certo, era un po’ che Gondry pareva ormai lanciato nella produzione di lungometraggi, mentre Jonze aveva firmato dei videoclip “gonfiati”, ad alto budget, spesso diretti in collaborazione con i musicisti, ma a mio avviso non sempre convincenti, o meglio spesso “costretti”, poco liberi. Nelle ultime settimane, il caso ha voluto che i due siano tornati ai fasti di un tempo, alla loro visione personalissima e singolare del mondo, tradotta in videoclip più o meno costosi, ma di certo finalmente “loro”. Forse non è un fortuito che questo ritorno coincida con il fatto che le canzoni su cui si basano i video sono degli artisti favoriti dei due: Björk per il francese e i Beastie Boys per l’americano.

Il video di “Crystalline” segue la canzone: quattro minuti o poco più su quello che è il primo assaggio dell’album (per usare una definizione restrittiva) Biophilia, di prossima uscita. La struttura a scatole cinesi, la ripetizione ossessiva di movimenti, l’animazione a passo uno: ecco alcune delle caratteristiche fondanti del “meliesiano” Gondry al servizio di un brano difficile e slegato da ogni tipo di struttura, come la musicista islandese ci ha abituato a sentire. Il richiamo al padre del cinema fantastico è evidente anche nell’uso delle sovraimpressioni: un procedimento spesso alla base dei primi trucchi cinematografici, un modo di sorprendere che si fonda sull’origine del cinema, la fotografia. Gondry, non dovendosi preoccupare di raccontare qualcosa, mostra meravigliando, sfruttando i pochi minuti (o rulli) a disposizione per creare, ricreare, accumulare, con una libertà e una coerenza notevoli.

Tutt’altra cosa è il lavoro che Jonze fa su “Don’t Play No Game That I Can’t Win”, uno dei brani riusciti dell’ultimo lavoro dei Beastie Boys, il travagliatissimo Hot Sauce Committee Pt. II. Un album la cui produzione è stata appesantita dall’insuccesso del disco precedente, il poco ispirato The Mix-Up, e dal cancro che ha colpito Adam Yauch, conosciuto come MCA: è curioso che sia stato proprio quest’ultimo a fornire il soggetto del video a Jonze, perché il video è di una fantasia sfrenata, un ritorno all’infanzia e ai giochi con le bambole, o meglio, con i Big Jim. Maschi nati intorno a una trentina di anni fa che leggete: vi ricordate quante avventure con i pupattoli della Mattel, e quanti sputazzi lanciati sul pavimento delle nostre camerette per rifare i rumori di battaglie, i gemiti dei feriti, i fragori delle esplosioni che erano la colonna sonora (molto DIY) dei nostri pomeriggi? Ecco: Jonze, negli undici minuti di video che vedono la canzone come puro pretesto, pare che torni nelle nostre camerette. I pupazzi a forma di Beastie Boys, e c’è anche una bambola-Santigold, visto che questa firma un featuring del pezzo, sono inseguiti attraverso tutti gli ambienti possibili da non ben identificati cattivi. Jonze può quindi muovere con le mani i bambolotti, non facendo mistero di come vengano azionati, ma curando moltissimo ambientazioni e, ovviamente, costumi. Se in “Sabotage” (richiamato nei titoli dalla parola “ill”), altra vetta del connubio Beastie-Jonze, si “giocava” a fare i detective degli anni ’70, qui il gioco è esplicito, ma non meno divertente.

Per approfondire consigliamo, ovviamente, l’acquisto dei bellissimi dvd che racchiudono i lavori dei due registi citati (ma ci mettiamo anche Cunningham): costano, signora mia, ma ne vale la pena.

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