Encounters at the End of the World, Werner Herzog, 2008

Ecco, se io avessi un ultimo desiderio, sarebbe quello di uscire una sera con Werner Herzog. Non certo per fare a gara di birrette, perché mi sa che vincerebbe lui. Ma per la quantità di storielle che ti potrebbe raccontare. Tipo quella volta che diresse il suo attore-feticcio puntandogli un fucile addosso. O quando fece quel film con tutto il cast sotto ipnosi. Per non parlare di quel viaggio che fece a piedi da Monaco a Parigi inverno per andare al capezzale di una celebre critica cinematografica morente. Magari potrebbe fare pure luce su quanti siano realmente gli indios morti nel trasporto di un battello su per una montagna amazzonica. Della Santa Trinità di registi tedeschi nati durante il Nuovo Cinema Tedesco degli anni 70, accanto alla tragicità di Fassbinder e alla spocchia di Wenders, lui mi è sempre apparso il più simpa e imprevedibile.

Un grande amore che si era un po’ appannato quando ha cominciato a non azzeccare più un film di fiction che sia uno, suscitando il mio urlo di dolore di fronte a una ciofeca come Grido di Pietra. E se ultimamente è tornato a girare film che non esiterei a definire decenti, se non addirittura eccelsi, è la sua contemporanea e intensissima attività di documentarista che mi ha fatto riesplodere la passione herzoghiana, un’attività talmente straordinaria gli ho pure perdonato Invincible. E straordinario, non poteva che essere anche Encounters at the End of the World, dove al centro dell macchina da presa c’è un luogo estremo stranamente ancora non toccato dal regista bavarese e che ben si confà alla sua poetica, l’Antartide, accettando così l’invito della National Science Foundation di girare un documentario nella Stazione di McMurdo e mettendo in chiaro che non avrebbe girato l’ennesimo “film sui pinguini”. E di fatti così è stato. Insieme al suo fidato direttore della fotografia Peter Zeitlinger, Herzog ci trasporta in uno straniante ambiente letteralmente fuori da ogni mappa o cartina, che sembra appartenere di più alla Luna che non alla Terra, e con esso ci presenta l’eccentrica galleria di personaggi che ci vivono, dal guidatore di muletto filosofo al rifugiato che ha sempre lo zaino pronto, passando per una surreale perfomance rock in mezzo al ghiaccio. Una vera e propria opera di reale fantascienza, tra richiami di foca sott’acqua che paiono usciti da Meddle dei Pink Floyd, pinguini impazziti che si suicidano e strabilianti riprese subacquee sotto tre metri di ghiaccio. Nella speranza che prima o poi si faccia uscire l’ultimo Cave of Forgotten Dreams, girato addirittura in 3D. Sì, mi piacerebbe proprio andare a bere una birretta con Werner. Ed è pure mio amico su facebook.

IMDb | Trailer

BONUS: i suoni psichedelici delle foche! W le foche!

3 Comments

  1. Posted 5 agosto 2011 at 13:38 | Permalink | Rispondi

    bravissimo sto ragazzo nuovo che scrive qui.
    per la birretta con Werner ci sono anch’io

  2. Posted 5 agosto 2011 at 14:05 | Permalink | Rispondi

    “Cave of Forgotten Dreams” è magnifico. Custodisco gelosamente gli occhiali 3D con cui l’ho visto sulla mensola del mio salotto barcellonese.

  3. tommy
    Posted 5 agosto 2011 at 15:57 | Permalink | Rispondi

    @Gig: ora gli mando un messaggio su FB e organizzo al Pratello…
    @Hanz: non si bulli troppo…

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