The Walking Dead – Stagione 1

In queste sere d’estate, considerando che Notte con Zio Tibia manca dai palinsesti da anni, che cosa c’è di meglio se non vedere una serie horror?
Tratta dal fumetto omonimo, The Walking Dead porta la firma autorevole di Frank Darabont, che con gli horror apocalittici ha già avuto a che fare. La storia che si racconta è ambientata in un mondo post-apocalittico, dove gli zombi hanno praticamente avuto la meglio, se non fosse per sparuti gruppi di resistenti. Tra questi il protagonista della prima serie, lo sceriffo Rick Grimes, che viene ferito in uno scontro a fuoco quando il mondo era ancora normale e si sveglia dopo un tempo non ben precisato quando tutto è in vacca: il suo scopo è salvare la pelle e trovare moglie e figlio.

La prima stagione, sei puntate trasmesse dalla AMC tra ottobre e novembre 2010, ha un soggetto interessante: non che la concezione di un mondo in cui sono i viventi a essere in minoranza sia originale, ma diciamo che la macrostruttura (o sviluppo orizzontale) della stagione è fatta sufficientemente bene da raggiungere lo scopo di avere voglia di vedere la puntata successiva. La spina dorsale di questa prima stagione è data, fondamentalmente, da due nodi: il primo è il ricongiungimento di Rick con la famiglia, il secondo è il raggiungimento del gruppo del Centro Malattie Infettive di Atlanta, dove si vocifera ci possa essere salvezza e una cura per i morti viventi. La seconda stagione (immediatamente confermata: tredici puntate a partire dal prossimo ottobre) dovrebbe avere a che fare con la sopravvivenza del gruppo, con l’ovvia aggiunta di qualche personaggio. Ma non è qui che stanno i problemi di The Walking Dead: se il soggetto è buono, lo sviluppo di attori e di scene, a mio avviso, non funziona proprio.

Immaginatevi “un film americano”, uno preso nel mucchio, uno medio: ritroverete nella serie di Darabont tutto il paternalismo, patriottismo, struttura rigida, sviluppi prevedibili, personaggi costruiti con l’accetta che potete immaginarvi. Le risoluzioni delle scene sono prevedibili, così come si intuisce immediatamente ogni istanza di quella che Cerami chiama “metonimia”, cioè un elemento buttato nella trama apparentemente a caso che poi ritrova una sua funzione “più avanti”. I personaggi non sono nulla di nuovo, anzi: molti sono davvero ridotti a figurine, poco più in rilievo delle scenografie. Lo stesso protagonista, interpretato dal mediocre Andrew Lincoln, ha dei conflitti interiori risolvibili, probabilmente, con un’aspirina e una buona dormita. Eppure la serie, oltre ad ascolti pazzeschi, ha ricevuto anche il plauso della critica. Perché?

Probabilmente perché l’angoscia generale che crea il ficcante set-up, il mondo dominato dagli zombi di cui sopra, viene resa più digeribile dalla prevedibilità dello sviluppo di ogni singola puntata, scena, carattere. Tutto rientra nei grandi canoni della rappresentazione media statunitense, che ben conosciamo e che, diciamolo, abbiamo anche amato e amiamo tutt’ora. Certo che, rispetto a serie capolavoro come Mad Men o Breaking Bad, dominate da personaggi tormentati, sconvolti e realmente disturbanti, questi zombi paiono dei simpatici pupattoli.

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: