Ruggine, Daniele Gaglianone, 2011

 

Ci sono due cose che il cinema italiano riesce a raccontare negli ultimi anni: gli anni 70 e i bambini.

Ottimisticamente, si passi avanti rispetto a 10 anni fa quando ci si limitava a raccontare la storia dei tinelli dal fascismo agli edonisti anni ottanta.

I bambini possiamo ritenerla una caratteristica genetica del cinema italiano, che si sa i bambini ci guardano, da De Sica e Ladri di biciclette e tanti padri nobili, anche se io ho sempre votato Germania anno zero. Per parlare di cose recenti, si può citare Anche libero va bene per i film recenti

Per quanto riguarda gli anni 70, ormai nella vulgata slono quella sorta di brodo primordiale che ci ha generato negli attuali vizi e virtù degli italiani medi, sopramedia e anche quei poveracci che ogni tanto trattiamo di striscio nelle nostre storie. Potrebbe essere una semplice coincidenza temporale:quelli che li hanno vissuti fanno rientrare lì tutti i loro traumi, e quindi ci scatafasciano i coglioni. Quelli che fanno cinema adesso, i cosiddetti emergenti, sono nati in quegli anni e spesso si trovano a vagheggiare rimembranze di disperata vitalità di infanzia, di purezza, di storie che vale la pena raccontare. Per il cinema recente: Romanzo Criminale, Vallanzasca, ma anche Cosmonauta.

Sarebbe un fenomeno da analizzare (prometto un prossimo post sul perché gli anni 70 e un altro, trionfalistico, intitolato Time was on our side: siamo usciti da un ventennio di veltronismo. Abbiamo vinto. Avevamo ragione, tenetevi le vostre vittorie morali et retrospettive del cazzo).

Quindi, innanzitutto, Ruggine è un film che racconta molto bene gli anni settanta e fa recitare divinamente dei bambini e li racconta con una grazia e un’angoscia davvero non comuni. (prossimo compito: abbiamo dato, passare avanti. Ma per ora gioiamo)

Ma non è solo questo. Il film mostra una maturità visiva e sonora che, seppur sconfinando nell’arty, è perfettamente amalgamato con la storia che si racconta. La ruggine diventa le tonalità seppia che domina il passato, e contribuisce a creare il soffocamento, il disagio dei bambini di fronte al mostro. Disagio che non è solo nel rapporto orco-bambino, ma anche quella di una vita solo apparentemente spensierata di periferia, le cui costrizioni sono onnipresenti come l’aria che si respira. Che, con la fantasia, anche un deposito di metalli può diventare un castello, ma rimangono la polvere, il tetano e il rischio di essere schiacciati da quelle lamiere. Un discorso politico sociale senza raccontare manifestazioni, date storiche con  forrestgumpismi vari.

Il color ruggine vira in color metallo nelle scene di vita adulta dei tre personaggi (Solarino e Accorsi, molto bravi e Mastandrea grandissimo che esce  dalle secche del fare sempre se stesso e speriamo che trovi altri ruoli), nella freddezza della solitudine che mostra come il calore dell’infanzia fosse terribilmente finto, e che l’incontro con il mostro non possa mai essere innocuo. Vita adulta dei personaggi che viene risolta, anche se con qualche secca di dialogo, in modo quasi teatrale con una scena per ciascuno (il consiglio di classe per la Solarino, casa con il figlio per Accorsi, il bar per Mastandrea).

Inoltre, la colonna sonora distorta e onnipresente rende ancora più inquietante e completa questa fusione tra ciò che si percepisce e ciò che viene narrato. E, anche le scelte di montaggio, con le scene sempre viste da due punti di vista, ravvicinati nel tempo, segnati da andate a nero, mostrano coraggio e capacità di utilizzare molti mezzi.

A ciò, aggiungiamo che Gaglianone è un grande direttore di ragazzini, che sono i veri protagonisti del film, a cui gli adulti fanno d’appendice. E, in più, che Timi sopra le righe, ma molto sopra, qui è perfettamente funzionale e la sequenza in cui canticchia una furtiva lagrima se l’avessero fatta in un film orientale (per un certo tipo di spettatori) o USA (per un altro tipo) saremmo qui a gridare allla scena cult, incredibile e a citarla (Timi sempre solo personaggi so bigger than life che sbroccano e sbavano, please).

Consiglio di visione: per cominciare la stagione riconciliandosi col cinema italiano.

PS. anche il libro non era affatto male. Mi sarebbe piaciuto vedere il film ambientato a Milano, come il libro. Ma è solo un moto campanilistico che nulla può contro le film commissions.

Trailer| IMDB

7 Comments

  1. fedemc
    Posted 8 settembre 2011 at 09:53 | Permalink | Rispondi

    vogliamo parlare di quanto cazzo è scarsa valeria solarino?
    eh?
    dai.

    • manu
      Posted 8 settembre 2011 at 11:41 | Permalink | Rispondi

      Si, lei è scarsa. Ma qui il regista tira fuori il meglio di lei. Mai vista così brava. Cioé, pure Accorsi è bravo. Fa recitare anche i sassi, qui, Gaglianone.

  2. fedemc
    Posted 8 settembre 2011 at 11:58 | Permalink | Rispondi

    no no no
    accorsi, ok.
    ero quasi stupito pure io.
    lei è alla stregua degli amici del bar del Valerione, eh?
    non si può vedere!

  3. Papessa
    Posted 8 settembre 2011 at 12:54 | Permalink | Rispondi

    Invece, vogliamo parlare di quanto è bravo Accorsi in questo film? Sarà che la paternità, vissuta ed interpretata, gli fa bene. E’ di una naturalezza da stropicciarsi gli occhi e chiedersi se sia lui o una controfigura. Forse la cosa che mi ha sorpreso di più.
    Però la Solarino è bona. Gli attori di contorno sono da recita parrocchiale. Imbarazzanti. Vogliamo fermarci un attimo sul barista?

    • manu
      Posted 8 settembre 2011 at 12:59 | Permalink | Rispondi

      E’ il famoso problema della base. Se il vertice è scarso, la base non può che essere più scarsa. Soprattutto, non hanno manco le facce.

  4. Kekule
    Posted 9 settembre 2011 at 13:24 | Permalink | Rispondi

    L’abbiam visto ieri. Un film abbastanza telecomandato, dal sottotitolo “a scuola di cinema ero nella prima fila di banchi”, che trova i suoi punti di forza negli attori bambini pressoché fotonici, e nella strumentazione di ripresa costosissima e potentissima. Tanti debiti verso tanti classici italiani di genere e non (“sì la scuola cinema m’è proprio garbata”), tre scene dei tre adulti girate in poche ore e poi montate, col flashback stile mamma-mi-si-è-appannata-la-lente, in lontananza si poteva sentire Moretti da giovane fare l’effetto con le labbra blblblblblblblblbl!
    Timi altresì fotonico, ce piasce assaje come sempre, ma qui mandato in campo col suggerimento “dagnene sode”, difatti lui gne ne dà dimórto, sfortunatamente anche troppo (ma qui è la fase di montaggio che avrebbe dovuto scremare). Magici momenti in cui l’orco assume foggia da film muto, con la mano tòrta sul petto stile Nosferatu, che ti fa commentare:”…ma poi l’effetto della pozione finisce!”. Colonna sonora terribile, minimalismo pasta&patane che copre più scene montate, se non sei Teardo non fare il Teardo, finale micidiale con Vasco Brondi, “la gigantesca scritta PugliaFinanziamentiAlCinemadAutore”.
    Se avete chiesto il crossover “Accattone + M Il Mostro di Dusseldorf +” correte a vederlo, sennò mettetelo in lista visioni.
    2.5/5

  5. Posted 11 settembre 2011 at 23:47 | Permalink | Rispondi

    Non è male, e vado a elencare i motivi:
    1. fa recitare bene Accorsi;
    2. fa recitare bene i bambini;
    (no, la Solarino no)
    3. continua bene il discorso iniziato con Pietro sulla manipolazione del fuoco e del sonoro, tanto che il film precedente potrebbe essere una sorta di “prova” dal punto di vista tecnico di alcune soluzioni che qui sono usate;
    4. è scritto e girato bene, in fin dei conti.
    Ma il finale sul tram poteva evitarselo, e poteva tenere Timi un po’ più a bada.

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: