Questa storia qua, Alessandro Paris e Sibylle Righetti, 2011

“Che cosa voglio raccontare?”
Questa domanda, banale finché si vuole, bisogna porsela quando si realizza un documentario. Non è necessario farsela in fase di ripresa, anche se sarebbe utile, ma prima o poi bisogna dare una risposta, univoca e salda, a quell’interrogativo. Perché è sulla narrazione che si reggono molti documentari riusciti (non tutti, per carità) e, in ogni caso, il racconto di una storia è una buona falsa riga per aiutarsi in fase di ripresa e/o montaggio, soprattutto quando si ha poca esperienza, come è il caso degli autori del film.
Si saranno posti questa domanda i registi di Questa storia qua? A vedere il documentario pare di no. C’è da parte di Paris e Righetti una apprezzabile sincerità, una buona volontà notevole che potrebbe anche fare chiudere un occhio sull’approccio tutto sommato classico e biografico (sebbene non lineare dal punto di vista temporale) che il documentario mostra; ma sembra quasi che il racconto di una delle figure più note e seguite del panorama musicale italiano sia intimidito dalla grandezza di Vasco Rossi.

Il Vasco di oggi, quello che paradossalmente non è mai stato così esposto mediaticamente, grazie ai continui (e un po’ inquietanti) videomessaggi che il musicista lascia sulla sua pagina di Facebook, nel documentario non si vede. Il punto di vista, radicato nell’oggi e rivolto – com’è ovvio – principalmente al passato, è affidato a una lunga intervista audio al cantante, che punteggia il documentario. Andando avanti e indietro nel tempo, i registi fanno percepire un forte fulcro gravitazionale, intorno al quale ruota tutta la vita e la carriera di Vasco: si tratta di Zocca, da dove tutto è effettivamente iniziato. Seguiamo quindi i primi passi della carriera dell’emiliano, dai concorsi alla formazione di una band, all’esperienza con Punto Radio. E’ notevole che si percepisca questo punto di riferimento: una condizione provinciale, sì, ma di montagna, lontana dalle pianure e dalle città sulla via Emilia oggetto di tanti altri cantanti e cantautori della zona. Vasco e i suoi amici pare che si formino in un paese che è davvero riferimento per se stesso, in una comunità che si racconta (l’altro punto di forza del documentario) e che “vede Modena come New York”.

Queste sono le cose buone che, però, traspaiono nel documentario: per tornare alla nostra domanda iniziale, sarebbe stato bello raccontare la Zocca in relazione a questo suo illustre concittadino, che per trovare un po’ di intimità – bel paradosso – deve finire a Los Angeles. Ci sono delle facce bellissime, delle dichiarazioni commoventi: tra queste quella di un amico di Rossi che confessa la sua arrendevolezza che lo ha portato a fare per tutta la vita un lavoro che non ha amato mai. Queste facce, le altre vite, sarebbero stati un punto d’appoggio convincente: e invece il fulcro narrativo esplicito del documentario si fa fatica a trovarlo. “Vasco”, direte voi: sì, ma nelle sue parole c’è poco di nuovo, le sue dichiarazioni non sembrano il risultato di un affondo da parte degli autori, ma piuttosto di un discorso libero di Vasco, non dissimile da quello dei “clippini” che imperversano in rete. Questa storia qua, insomma, si perde nell’entusiasmo evidente (e alla fine un po’ dannoso) che gli autori mostrano nel trattare il “Mito”.

IMDB | Trailer

One Trackback

  1. […] mese fa, scrivendo di un altro documentario musicale, gli rimproveramo il difetto di non sapere, probabilmente, che cosa volesse raccontare sin […]

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