Speciale Nicolas Winding Refn: Pusher, 1996

Nato a Copenaghen il 29 settembre 1970, Nicolas Winding Refn è in questo momento il capo del mondo. A dire il vero lo è da tempo, ma l’incoronazione vera e propria è avvenuta all’ultimo Festival di Cannes. Alla Croisette il nostro ha portato Drive, grazie al quale s’è portato a casa il prestigioso Prix de la Mise En Scène. Venerdì 30 settembre il film uscirà nelle nostre sale. Per scaldare i motori a modino, Seconda Visione vi offre uno ricco speciale su questo grande uomo di cinema. Ripercorreremo tutta la sua filmografia, un film al giorno.

Oggi è la volta del nostro Tommy alle prese con Pusher.

C’era un tempo in cui un’aria di novità e di rinnovamento nel cinema contemporaneo sembrava spirare da una piccola penisola nel nord Europa, un paese che aveva dato i Natali a uno scrittore di favole violente e lacrimevoli, a mattoncini colorati con cui costruire edifici e astronavi e in cui un certo drammaturgo inglese aveva ambientato la sua tragedia più fosca e famosa. Nel 1996 imberbi schiere di appassionati  divoratori di Cinema – e qui ci si mette anche il sottoscritto – hanno visto nella piccola Danimarca il futuro della settima arte, investendo erroneamente Lars Von Trier come unico alfiere, illusi e abbagliati dalle sue storie estreme e compiaciute. Curioso come in quello stesso anno, mentre ci si affannava dietro le campane e i movimenti di macchina delle Onde del Destino del piccolo cineasta antisemita, un giovine ragazzo di 26 anni, stessa età del Welles di Quarto Potere, esordisse al cinema con quello che sarebbe diventato il primo gangster movie nonché il più grande successo commerciale della piccola penisola.

Come non conosci Nicolas Winding Refn?!

Nicolas Winding Refn è un personaggio bizzarro. Uno che aveva progettato di realizzare Pusher come corto di ingresso per la scuola di cinema, e che una volta accettato, e avendo nel frattempo trovato i soldi per girare un vero e proprio lungometraggio, ha deciso di non frequentarla per poter finire il film. Dunque, c’è ancora del marcio in Danimarca, ce n’era ai tempi di Amleto, figuriamoci al giorno d’oggi. Al centro della storia Frank, lo spacciatore del titolo nel sottobosco di Copenhagen, di cui seguiamo la vita nel corso di una intensa settimana, dal lunedì alla domenica: la vendita di stupefacenti di vario tipo, le scorribande con l’amico Tonny, le visite alla prostituta eroinomane Vic e il suo cane King. Ritmi e quotidianità dello spaccio, fino a quando il nostro Frank non si fa beccare durante uno scambio. Perdendo droga e soldi del boss slavo Milo, pessimo cuoco ma ottimo affarista, che vuole ovviamente essere risarcito…

"Sei mejo tu" "No, tu sei mejo"

Ecco, fin dall’incipit, in cui tutti i personaggi sono presentati col proprio nome, sorta di moderno dramatis personæ teatrale, c’è un elemento che caratterizza tutto: la musta, per usare un termine tecnico per gli addetti ai lavori. Rimanendo in ambito danese, se La Passione di Giovanna D’Arco di Dreyer è una “sinfonia di primi piani”, Pusher è una “sinfonia di muste”, volti ed espressioni che già da soli tratteggiano senza ausilio di dialoghi caratteri e personalità dei protagonisti. A cominciare dal Frank impersonato da Kim Bodnia, attore che ritroveremo nel successivo Bleeder, grande faccia, bonaria e sorniona ma al contempo capace di esplodere in furore. Eppoi c’è Mads Mikkelsen, uno degli attori più fighi di sempre, futuro cattivo di 007, qui al suo debutto cinematografico. Infine, c’è Nicolas Winding Refn, che gira il tutto esclusivamente con la camera in spalla, ma scordatevi il dogma: qui non ci sono decaloghi e regole da seguire o infrangere. Qui è l’elettricità di corpi e volti scolpiti a dettare il ritmo, e la macchina da presa vi rimane incollata con piglio quasi documentaristico. Una grandissima prova registica, quindi, primo tassello della propria visionaria galleria di personaggi al limite, dove anche le prevedibili ingenuità dettate dall’inesperienza, come la cattiva illuminazione di alcune scene, non fanno che accrescere il fascino e il senso di claustrofobia e dove si evita accuratamente la tentazione, all’epoca imperante, del tarantiniano attraverso le tinte di un dramma privo di qualsiasi tipo di sottotesto o citazionismo, perfino privo di mazzate, mostrando il preambolo e l’esito di un’azione violenta, sempre fuori campo. E che si permette nel finale, dopo tanta concitazione e frenesia, un lungo e memorabile momento di sospensione. Se non è figo uno così…

Trailer|IMDB

2 Trackbacks

  1. […] danese negli Stati Uniti e che invece poteva costargli la carriera. Dopo i successi in patria di Pusher e Bleeder, nel 2003 il regista viene scelto per portare su grande schermo una sceneggiatura firmata […]

  2. […] sfrontato della giovinezza rimprovera al vecchio pusher Milo (Zlatko Buric, già nei precedenti Pusher e Pusher II) i suoi metodi antiquati e il suo pessimo danese da slavo mai integrato. Ventiquattro […]

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