Speciale Nicolas Winding Refn: Bleeder, 1999

Nato a Copenaghen il 29 settembre 1970, Nicolas Winding Refn è in questo momento il capo del mondo. A dire il vero lo è da tempo, ma l’incoronazione vera e propria è avvenuta all’ultimo Festival di Cannes. Alla Croisette il nostro ha portato Drive, grazie al quale s’è portato a casa il prestigioso Prix de la Mise En Scène. Venerdì 30 settembre il film uscirà nelle nostre sale. Per scaldare i motori a modino, Seconda Visione vi offre uno ricco speciale su questo grande uomo di cinema. Ripercorreremo tutta la sua filmografia, un film al giorno.

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Se tra dieci, quindici anni, a qualche piccolo genio della settima arte venisse la brillante idea di fare un film à la anni novanta, farebbe Bleeder. Pochi dubbi a proposito

– c’è quella gran cartòla di Mads Mikkelsen che lavora in una videoteca. Appena in tempo prima dell’apocalisse dell’home video e prima di Be kind rewind (che è uno dei cavalieri dell’apocalisse dell’home video: “E vedesti emergere dall’orizzonte un film fighetto senza senso basato su un’idea per un corto stiracchiata qua e là, con un attore strabordante che aveva già rotto i coglioni: allora il cielo si fece cupo e fu il segno che il rogo dei VHS era cominciato”- Apocalisse IX, 94, 123-125)

– C’è l’idea della videoteca come cinefilia, e dell’afasia del cinefilo che parla solo di film e non riesce ad afforntare la vita, l’amore la morte. Lenny (Mads Mikkelsen) è il centro della narrazione ma allo stesso tempo è un personaggio subito, che si presenta con un fluviale elenco di registi, in cui vengono messi coloro che negli anni 90′ ebbero riconoscimento (Bava, Lenzi, Corbucci e il resto lo sapete e se non lo sapete avete sbagliato blog)

– I virtuosismi più affascinanti della macchina da presa sono fatti con le videocassette (e i libri): la videoteca, e in una scena la libreria, sono luoghi ricchi, confusionari, magici, soffocanti allo stesso tempo. Una percezione fisica e allo stesso magica, purificatrice e bloccante, dell’oggetto culturale che  deriva direttamente da quel decennio senza nerbo (cit.)

– C’è la Danimarca. Se crediamo per un attimo alla premessa del “film tra vent’anni”, in quel futuro il riferimento al simpatico paese nordico lo considereremmo una strizzata d’occhio alla stupidità umana di fine millennio. All’epoca se si parlava di film danesi, si parlava di Von Trier, del Dogma 95, di Vinterberg e de Le onde del destino. Che, oltre ad essere brutto e fastidioso come una scrofola, è anche caduto nel dimenticatoio in un battibaleno. Ecco, noi si parlava di quello e muoveva i primi passi Refn. Giusto per renderci conto di quanto non si capiva un cazzo.

– C’è l’intro dei personaggi con nome in grafica, presentati però ciascuno con una canzone diversa (à la trainspotting, ma più stiloso che Boyle manco all’epoca poteva insegnare stile a quelli bravi). I 5 personaggi principali sono presentati, nei minuti iniziali di film, mentre camminano su una canzone. Una canzone che definisce il personaggio, e l’idea che la camminata e la scarpa definisca il personaggio. Idea italicamente morettiana, ma che anche se presentata in Bianca risulta essere profondamente anni 90 (la consacrazione di Moretti)

Danimarca meets giovani carini e disoccupati

– C’è vagamente Tarantino: qua e là, nella cinefilia qui più citata che omaggiata, nella costruzione dell’unica scena con pistolettate e sangue, tragica e stupida al tempo stesso. C’è lo Scorsese di Casinò anche.

– C’è un po’ la poetica del disagio nel tinello che ci ammorbò in quegli anni, incrociata a un ritratto dell’afasico romanticismo degli ultimi, che è forse la parte più sinceramente bella del film (ioci ho visto Hong Kong Express, ma magari mi sbaglio). Per capirci, riassumo brevemente la trama: Louise aspetta un figlio da Leo, frustrato e violento. Leo ha pochi amici tra cui Louis, fratello buttafuori psicopatico di Louise, Lenny commesso di videoteca che parla solo di film, e Kitjo, l’altro che lavora in videoteca. Passano le serate a guardare film con un proiettore. Lenny si innamora di Lea, che lavora in ua tavola calda, ma non riesce a vivere la vita reale e quindi non riesce a intavolare un dialogo serio con lei. Leo e Louis, invece, litigano spesso perché Leo a volte picchia Louise. Insomma, uno spaccato di disagio.

– Infine, (SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER) C’è il benvenuto nell’AIDS! Per uccidere Leo, il fidanzato che picchia sua sorella, Louis gli fa iniettare del sangue infetto.

Mi sembra di aver già fornito abbastanza elementi sullo stile. Che, facendo un ragionamento autoriale fallace, potremmo consderare derivativo e allo stesso tempo che ci regale squarci su quello che avremmo visto dopo. Una sequela di modelli, riferimenti e topoi che si mescolano con una cifra personale ma non ancora perfettamente originale. Non perfettamente riuscito, visti i risultati degli altri film. Ma con una capacità già matura di costruire la sungola scena e produrla come se fosse già mito. Se ne citano alcune, giusto per fare venire l’acquolina in bocca: la dolceamara scena finale della non- storia d’amore tra  Lea e Lenny, tutti gli scontri e, soprattutto la resa dei conti finale tra Louis e Leo, tutto il trattamento dello spazio della videoteca e della libreria.

Giudizio finale: non il meglio suo, ma avercene avuti così

Nei peggiori bar di Copenaghen

 IMDB | Trailer

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