Speciale Nicolas Winding Refn, Pusher III, 2005

Nato a Copenaghen il 29 settembre 1970, Nicolas Winding Refn è in questo momento il capo del mondo. A dire il vero lo è da tempo, ma l’incoronazione vera e propria è avvenuta all’ultimo Festival di Cannes. Alla Croisette il nostro ha portato Drive, grazie al quale s’è portato a casa il prestigioso Prix de la Mise En Scène. Venerdì 30 settembre il film uscirà nelle nostre sale. Per scaldare i motori a modino, Seconda Visione vi offre uno ricco speciale su questo grande uomo di cinema. Ripercorreremo tutta la sua filmografia, un film al giorno.

Oggi è la volta della Papessa, ancora sotto choc dopo la visione di Pusher III.

Avete presente  quell’oscuro magnetismo del criminale al cinema, per il quale nell’intimo dello spettatore non scatta  la condanna ma, più spesso, una malcelata fascinazione?
Bene, guardate Pusher III e scordatevelo.
Scordatevi di vite-vissute-al-massimo e di giorni-da-leone per trovarvi ad assistere ad una iperrealistica messa in scena di squallore, stanchezza e violenza consumata in una giornata  come tante, nel sottobosco dello spaccio di droga a Copenhagen, Danimarca. Dove le nuove generazioni di pusher scalpitano per sostituirsi agli invecchiati boss dello spaccio in città, come il giovane Mohammed (Ilyas Agac) che col piglio sfrontato della giovinezza rimprovera al vecchio pusher Milo (Zlatko Buric, già nei precedenti Pusher e Pusher II) i suoi metodi antiquati e il suo pessimo danese da slavo mai integrato.
Ventiquattro ore nelle quali Milo trascina i troppo chili e un volto segnato di eccessi, tentando di galleggiare tra i preparativi per la  festa dei 25 anni della  figlia Milena, il gruppo di auto aiuto per le tossicodipendenze che ha deciso di frequentare ed un’inattesa partita di pillole di ecstasy da smerciare nel giro di poche ore, sotto il ricatto di una banda di spacciatori albanesi che lo tengono in scacco. Con uno stile da documentarista Refn registra gli spostamenti di Milo tra la cucina del suo locale dove sta preparando il cibo per i cinquanta invitati della figlia, gli incontri per drug addicted e le acrobazie per risolvere il problema dell’ecstasy. E’ il “King (Kong) of Copenhagen” Muhammed che si offre di vendere le pillole al posto suo, che sa come muoversi. Ma quando Muhammed non torna dopo le due ore pattuite Milo si trova in balia di un viaggio all’inferno senza ritorno, che si concluderà con un finale agghiacciante, al quale lo stesso assisterà con la stessa vuota rassegnazione che lo spinge meccanicamente a muoversi tra un brindisi alla figlia e una vasca colma di budella umane, tra vassoi di pietanze ben allineate e pacchi di eroina nel congelatore, senza mutare di sguardo e animo. 

Insomma, devo accodarmi al giudizio già dato nei precedenti post, laddove si invita a lasciar da parte qualsiasi gangster story fino ad ora vista.  Che qui non ci sono sigarette maschie e voluttuose ma tabacco che puzza e impregna di cattivo odore le moquettes, la parola “my friend” è piena solo della paura che quello stesso amico ti faccia fuori, i poliziotti corrotti non sono individui più laidi degli altri per il tradimento alla loro uniforme ma si muovono con la medesima stanchezza di esistere che ammorba l’aria e rende ciascuno vittima di se stesso, di scelte fatte troppo tempo addietro per ricordarsi se mai abbiano avuto un senso. Un mondo dove ogni atto di apparente riscatto morale finisce per avere conseguenze tragiche e senza via d’uscita nè assoluzione dei peccati. Il finale del film su un alba che non è alba di niente, solo promesso dall’eterno ripetersi di un inferno quotidiano e familiare, è forse l’immagine più agghiacciante di tutto il film, il finale aperto più chiuso della storia. Vedetevelo a stomaco vuoto, consiglio da amica.

IMDB | Trailer

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