Shame, Steve McQueen, 2011

Mica c’è solo Fassbender nudo in questo film

Michael Fassbender nudo! Michael Fassbender malato di sesso! Michael Fassbender che fa sesso tantissimo!

Ciao, amici che arrivate da google, oggi siamo qui per parlarvi di un film pieno di Fassbender nudo. Però qui si voleva approfondire anche il fatto che il film è molto molto bello, e non solo perché c’è Micheal fassbender nudo. Passato l’entusiasmo per Drive, il film dell’anno ça va sans dire, possiamo dire che potremmo avere l’entusiasmo per Shame. Che da un certo punto di vista è un film molto simile: attore emergente e figo (ma in questo caso anche nudo) che interpreta un film in cui è in quasi tutte le inquadrature, insomma fa la chiave di volta, ed è fondamentalmente un uomo solo che vive nello scontro tra essere agente e agito. Ma le somiglianze terminano qui, le differenze sono molte di più (il genere, il portato etico ecc. ecc.).
Shame è quello che potremmo definire un film fighetto, se fossimo ancora al liceo. Un film che ricerca ostentatamente la bella immagine, la bella scena, quella che ti ricorderai, quella che citerai, la frase che citerai sul profilo Facebook di alto profilo (“We’re not bad people, we only come from very bad places” cito a memoria. Ma, nel momento in cui questa ricerca puramente estetizzante riesce ad annodarsi narrativamente in una “discesa all’inferno”, per parlar per archetipi, allora il fighettismo cede il passo ad una necessità e tutto si rivela in una ragione più ampia. In cui la bellezza e la ricerca della bellezza diventano il lato accettabile della narrazione.
Ma neanche nelle belle immagini sta forse il pregio principale del film, neanche nel fatto che ci si permette di fare un primissimo piano di 4 minuti di Carey Mulligan che canta New York New York. Credo che la ragione del coinvolgere del film sia nell’essere un reale e spietato ritratto della psicolgia maschile, presa dall’ossessività e della iterazione dell’attrazione, l’ossessione sessuale come puro meccanismo che produce bellezza e inscindibilmente dolore e indifferenza, in modo assolutamente inestricabile. Il sentimento della “vergogna” è profondo, ma allo stesso tempo viene mostrato nel suo essere causa di dolore non solo per il soggetto che si vergogna. Il danno agli altri non è tanto fatto dalla spersonalizzazione dei rapporti, ma dalla vergogna che si prova per questa che fa precipitare il mondo. Insomma, uno sgaurdo morale che non è colpevolista ma fa una radiografia di uno status psicologico.
Talmente azzeccato da far dimenticare i difetti principali della ricerca estetizzante a cui si faceva cenno sopra: i 5 finali 5 che si trovano alla fine. Non faccio spoiler, ma 5 volte mi sono trovato a pensare “beh, se finisce qui è bravo, ha fatto il finalone” per poi dire subito subito “ancora?”. Alla fine, Steve Mc Queen si lascia sedurre dalla soluzione meno drama, e più classicamente aperta. Non saprei dire se la migliore. ma non conta il finale, ma come ci si è arrivati.
 

One Trackback

  1. […] Nella seconda puntata dell’anno, doppietta per Francesco che ha il compito di raccontare e “giudicare”, in sessanta secondi, entrambi i film in scaletta: La talpa e Shame. […]

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