Cose dell’altro mondo, Francesco Patierno, 2011

Ce ne sarebbero di cose da dire su questo film, e per lo più non proprio buone. Per esempio che lo spunto della trama è bello e poteva essere declinato in mille maniere: la scomparsa improvvisa – non si sa come e perché – di tutti gli immigrati dal territorio italiano. (E quando la declinazione si avvicina a una specie di racconto di zombie al rovescio il film suscita momenti di autentica inquietudine).
Per esempio che la scelta di un milanese, un romano e una di Perugia come attori principali non contribuisce esattamente a rendere verosimile il racconto ambientato nella provincia veneta. (Ma magari, chissà, suggerisce in modo allusivo che tutto il mondo è paese, o che tutto il Paese è un paese).
Per esempio che il problema non è che l’ambiente e le figure che si vedono nel film sono troppo grotteschi e caricaturali, ma che semmai non lo sono abbastanza. (Le teleprediche dell’imprenditore razzista Abatantuono contro gli immigrati citano in modo scoperto quelle di Gianni Prosperini, che non linko per non fargli questo favore).
Per esempio che non è necessario mettersi in tre – un validissimo regista, una solida sceneggiatrice e un meritatamente stimato scrittore – per concepire la seguente situazione: il razzista di cui sopra, dopo aver inveito contro gli immigrati che portano degrado nel nostro Paese, appena cala la notte molla la moglie e va col SUV a farsi consolare dalla prostituta africana di fiducia. Col SUV, eh, non per esempio con la berlina, o la coupé, o la giardinetta, o la cabrio, o la monovolume, o la BMW GS 1200, ma col SUV perché sia proprio chiaro a tutti che razza di individuo è.
Per esempio che il film ha un paio di colpi che quasi commuovono. La scelta di Laura Efrikian nel ruolo di mamma partita di testa del quarantenne imbelle Mastandrea. Il nome del personaggio di Abatantuono (Mariso Golfetto). La scenografia della camera di Ariele (Mastandrea), dove si intravedono un Ciao di Italia ’90 in peluche e l’enciclopedia I quindici.

Tutto questo per dire che: come satira/metafora dell’Italia attuale, quella concreta ed effettiva, quella dei leghisti che hanno proposto di boicottarlo, il film è disomogeneo (ci si mette un po’ a capire come si incastrano le diverse linee narrative), fin troppo cauto (si rivolge unicamente alla buona coscienza progressista) e, parlo per me, non fa tanto ridere.
Su un punto però Cose dell’altro mondo è di una lucidità disarmante, non importa con quanta consapevolezza: nel mostrare fino a che punto le strutture della commedia all’italiana siano state finore inadeguate, ottuse vorrei dire, nel processare le figure messe a disposizione dalla società che cambia in direzione multiculturale. Gli immigrati che scompaiono nel film sono macchiette stucchevolmente positive e monodimensionali: la prostituta dal cuore grande così, il giovane lavoratore che pensa solo alla  famiglia, la badante affezionata, la scolara diligente. Non sappiamo se gli stranieri sono spinti all’invisibilità nell’Italia di oggi (se è così il film non ce lo mostra). Quello che  è certo è che compaiono come estranei, come le svedesi dei film di Sordi dei primi Sessanta, privi di cittadinanza in una commedia incapace di trasformare quelle figure in personaggi, come invece fa, nel bene e nel male, con l’imprenditore fedifrago, il tassista razzista e la maestra volenterosa. Ci vorrebbero (è un giudizio normativo, lo so, chiedo scusa) il coraggio e la capacità di scherzare anche sulla Renault 19 sedici valvole del 1994 che spara raï al semaforo; finché si continuano a mettere in mezzo i SUV mi sa che si va poco oltre un volenteroso paternalismo.

One Comment

  1. Posted 11 ottobre 2011 at 10:39 | Permalink | Rispondi

    D’accordissimo. Bello spunto (che poi è lo spunto di qualcun altro: http://www.youtube.com/watch?v=P8t8DCSP020) mandato completamente a farsi benedire da uno sviluppo slavatissimo, intento più a insistere sulle solite maschere di Abatantuono e Mastandrea che interpretano loro stessi più che a cercare guizzi di satira.

    Per dire, più che di Prosperini, i discorsi di Golfetto citano Germano Mosconi ripulendolo dalle bestemmie. Insomma, poca politica, poca scorrettezze, tanta macchietta regionale per strappare le risate.

    Patierno poi è uno che in Pater Familias di sconti non ne faceva a nessuno, vedere in questo suo film degli immigrati che sembrano quelli dell’ultimo Verdone mi ha davvero inabissato l’umore.

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