Il nostro viaggio nel Cinema Italiano: In the market, Lorenzo Lombardi, 2011

Trama:

Tre ragazzi, Sarah David e Nicole, hanno deciso di vagare con l’automobile nei dintorni del Texas, anche se qualche dadaista ha messo dei cartelli stradali indicanti Città della Pieve e altre località dell’hinterland umbro. Sono senza meta, ma stanno anche andando a un concerto (sic). In macchina chiacchierano del più e del meno fino allo sfinimento.

Poi si fermano ad un distributore (tipo della Erg, numerosissimi nel Texas meridionale), dove una cartomante fa loro le carte prevedendo un futuro nefasto.

Arrivano dei rapinatori che rubano loro tutti i soldi e i documenti.

I tre riprendono il viaggio ma, senza soldi, decidono di imbucarsi in un supermercatino per passare la notte e mangiare.

Ma lì si annida  nell’ombra Ottaviano Blitch, armato di cotello e implacabile logorrea.

Giudizio sbrigativo:

Anche se a dirlo sembra una cazzata, quando ci si vuole parlare di questi film ci si trova di fronte ad un dilemma etico (sento le risate in sottofondo). Giusto per farmi capire, intendo questo. Che poi, discutendo tra me e Anton Ego, io non sia d’accordo in toto con le sue affermazioni, è un altro discorso. Il problema è che è un’opera prima, fatta con un budget risicatissimo, con magari tanta buona volontà, e se uno deve parlare malissimo di un film, è bene che lo faccia su delle robe che costano come il PIL della Mongolia e che riscono ad essere brutte nonostante siano coinvolti dei professionisti e non degli appassionati che vorrebbero.

Out of the pippes, la giuria consideri che: 1) qualcuno sarà incuriosito anche dal parlarne male, 2) me lo sono visto tutto e ho pure pagato per vederlo, 3) effettivamente ne penso male quindi suvvia, anche se in fondo si prova quasi simpatia per ‘sti tentativi .

Quindi, il giudizio sbrigativo è che il film non è brutto, ma desolante per quanto insalvabile da ogni punto di vista.

Perché lo abbiamo visto?: Perché avevamo visto i trailer ai Capatondas, perché era agosto e si era a Milano a lavorare senza un cazzo da fare, perché i film, pure quelli molto brutti, meritino una visione: magari c’è qualcosa di interessante.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”): I (pochi) soldi che c’erano sono stati pagati a Sergio Stivaletti per il bagno di sangue finale, che è realizzato senza dubbio con perizia. Almeno quello.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate): Sicuramente la scena nel supermercato. Dove erano finiti i soldi anche evidentemente anche per le candele dell’IKEA.

Qui la domanda si pone: perché si debbo no girare 15 minuti di film completamente al buio? Ma al buio buio che manco al cinema e non sullo schermo di un computer non si vede un cazzo e Inland empire è uno sternbergiano film sulla luce che si riflette sui palazzi dai vetri a specchio a confronto. Riesce anche a fare un montage, un montaggio musicale, con lo schermo completamente nero con solo tagli di luce, mentre i 3 ragazzi prendono cose dal supermercato per passare la notte, nell’estasi del consumismo.

Ci sono varie ipotesi al vaglio

 1) Non c’era il direttore della fotografia. E’ stata la prima ipotesi dopo il secondo minuto di buio assoluto. Tagliato come figura inutile nel low budget, scappato a metà della lavorazione, legato e imbavagliato in uno sgabuzzino, non importa la ragione, comunque era assente. Ma pare ci fosse dai credits, quindi l’ipotesi è stata cassata

 2) Il direttore della fotografia c’era ma era malvagio, infingardo e traditore. Per ragioni ignote, voleva sabotare il lavoro del regista. “Ohi, mi sembra un po’ buio il tutto, ma si vede?” “Vai Lore, vai tranquillo, si vede tutto benissimo: grande fotografia! Ho chiuso tutto, ma pure la luce del cellulare!” “Ma sicuro?” “Vai tranqui, ti faccio una fotografia da leccarsi i baffi”

3) Altissimo costo dei faretti. In un momento storico coinciso con la lavorazione del film, le luci nel contro Italia erano ad un prezzo esorbitante, e quindi si è deciso di tagliarle

4) Direttore della fotografia fotofobico (le scene in esterna le ha girate l’assistente)

5) Scelta artistica. Siccome è la più probabile, ragioniamo un po’.

5puntoa) Se sei Kenneth Anger, e decidi di girare una scena di 15 minuti in un supermercato di notte con le sole luci presenti nel supermercato, cioè praticamente nessuna, per fare un video che denuncia il consumismo come la notte che cala sulle nostre scelte nel mondo occidentale, la famigerata notte nera in cui tutti i tetrapak sono neri, montando scene nere con piccoli tagli di luce fioca che talvolta compaiono, il tuo pubblico ti seguirà e ti adorerà.

5puntob) Se sei un emulo videoartista, con tanto talento incompreso, di Kenneth Anger, decidi di girare una scena di 15 minuti in un supermercato di notte con le sole luci presenti nel supermercato, cioè praticamente nessuna, per fare un video che denuncia il consumismo come la notte che cala sulle nostre scelte nel mondo occidentale, la famigerata notte nera in cui tutti i tetrapak sono neri, montando scene nere con piccoli tagli di luce fioca che talvolta compaiono, il tuo pubblico (la tua famiglia e coloro che ti vogliono davvero bene, tranne quello stronzo di tuo zio) ti seguirà.

5puntoc) Se sei un regista di horror, e dopo un’ora una di film in cui non è successo nulla di horror se non la cartomante che legge I TAROCCHI COI SOTTOTITOLI (“uh, è uscita la carta “pazzoide armato di machete con la barba di tre giorni”, che cosa vorrà mai dire?”), una rapina e gente che fa dialoghi che non c’entrano nulla “à la Tarantino”  per mezz’ora, e hai finalmente una figura classica dell’horror da far vedere (la quiete prima della tempesta e il predatore che insegue le sue prede) e quindi hai un momento di grande tensione, e tu decidi di trasformarla in una scena di 20 minuti in un supermercato di notte con le sole luci presenti nel supermercato, cioè praticamente nessuna, montando scene nere con piccoli tagli di luce fioca che talvolta compaiono, non denunci il consumismo che è come la notte che cala sulle nostre scelte nel mondo occidentale, ma te stesso come uno che non ha la minima idea di cosa stia facendo. E, ti assicuro, il tuo pubblico non ti seguirà. Capisco la tentazione di dire “faccio vivere allo spettatore la stessa esperienza dei protagonisti”, ma vince su tutto la sensazione di “perché non sto vedendo un cazzo da 20 minuti?”

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare). Nessuna. Ad essere buoni il sangue finale. Ad essere cattivi quando lo schermo diventa nero e, dopo 10 minuti, uno comincia ad appassionarsi.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida): Parlandone come da vivo, nel senso che uno capisce che l’abinetazione umbro texana è un omaggio sentitamente cinefilo che i mezzi non hanno supportato, che i dialoghi finto tarantiniani sono un omaggio sentitamente cinefilo che la sceneggiatura non ha supportato, direi che la cartomante indo-perugina fuori dal distributore ERG è l’equivalente della partenza del Disco Samba a una festa aziendale. Alé baracca!

Tarallucci e vino (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto): No, nessun conflitto, la società è assente. Nel monologo di Ottaviano Blitch ci sono dei riferimenti agli uomini che si mangiano l’uno con l’altro, a testi di antropologia, al fatto che tutti siamo cannibali perché ci mangiamo la pellicina delle unghie (giuro) ma ero talmente sfinito che non sono riuscito ad elaborare un’analisi del testo raffinata atta a rintracciare un conflitto

La società si prende le sue colpe? Come sopra. La società è presente nel monologo dell’assassino. Però è ispirato ad un monologo di (credo) Oceano Mare di Baricco. Liberi di riraccontarmelo e di spiegarmi i profondi concetti che ci sono dentro

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”): Grazie a Dio, questa dicotomia ce la risparmiamo

Indice “Montale e i suoi limoni“ (alias sfoggio di high culture a caso): Se Tarantino è alta cultura, qui c’è veramente un florilegio di tarantinismi in ogni dove.  Ci sta la struttura di Dal tramonto all’alba, prima parte road movie e seconda “molliamo gli ormeggi”, ci sta il cartello del market con scritto Open from dusk till dawn, vorrebbe essere ambientato in Arizona o giù di lì, ma si vedono i cartelli stradali per Città di castello, il benzinaio dell’ERG (sempre per la storia del confine con Messico) guarda in Tv Death Proof, c’è un’inquadratura insistita dei piedi di una delle protagoniste (almeno le ossessioni, quelle proviamoci a metterci le nostre), e viene fatto anche un discorso cinematografico-cinefilo in cui si accenna ad Hostel, paragonato a Salvate il soldato Ryan.

Indice di Tarantinabilità (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?): Nulla, è talmente derivativo all’ottavo grado da essere completamente rivolto al passato. Però ciò ci dà un ‘occasione per un bel discorso.

Adesso, caro cineasta tarantiniano, provo a spiegarti perché le tue sagaci battute al bar con gli amici dopo 4 medie non saranno mai, nel tuo piccolo film, fighe come i dialoghi di Tarantino in, per esempio, Pulp Fiction

1) Perché Pulp Fiction è un capolavoro. Difficilmente tu farai un capolavoro, pensaci realisticamente.

2) Perché Tarantino, con Pulp Fiction soprattutto, ha ridisegnato la cinefilia e una parte del cinema dei 20 anni successivi. Bisogna essere molto bravi per farlo. Continua a meditare in modo realistico, e vedrai che ho ragione.

3) Perché a pronunciare le battute più tarantiniane sono John Travolta e Samuel L. Jackson. Uno che ha fatto un film epocale come La febbre del sabato sera, l’altro che c’ha una càrtola tale che adesso fa Nick Fury. Senza contare Harvey Keitel, Bruce Willis, la donna più bella del mondo. Guarda dritto negli occhi il tuo cast, composto da tuo cugino, la più carina della classe e due che hai trovato in piazzetta e chiedi loro: siete così bravi?

4) C’è una cosa da non sottovalutare che tecnicamente si chiama precipitato mitopoietico. Parlando in italiano, si tratterebbe del fatto che la figura dell’attore, quando appare sullo schermo, porta in sé tutte le altre apparizioni dell’attore in altri film, il mito che ha costruito durante e attraverso la sua carriera e con cui la sua figura, nel film che si sta vedendo, dialoga. Insomma un rapporto significante tra attore, personaggio e pubblico che li riconosce. Vedi John Travolta e vedi Tony Manero, il volto della fine anni 70, vedi quello che si era fottuto la carriera parlando con pargoli con la voce di Paolo Villaggio, e finalmente fa un personaggio gigantesco, che nessuno si aspettava e che il pubblico voleva dicendo: “Ehi, ma è quello che camminava così!”. Tarantino, che con questa roba ci va a nozze, addirittura lo fa fingere di non sapere ballare. L’unica volta che tuo cugino è stato mitico è quando ha limonato con quella della 4a B in gita a Parigi. E per quanto strano possa sembrare, il pubblico non lo percepisce né dona al suo personaggio una statura mitica.

5) Inoltre, i personaggi che pronunciano le belle battute fanno QUALCOSA. Nel senso, parlano di MacDonalds, e poi vanno a sparare a dei pusher adolescenti. Parlano di Like a Virgin e poi fanno una rapina. Parlano della loro fallimentare carriera d’attrice, e ppi si fanno sparare dell’adrenalina dritto nel cuore. SPARANO, MUOIONO, SI SALVANO A MALAPENA, SCOPANO. Quindi, il parlare del più e del meno ha senso, nell’ottica di Tarantino, se poi succede qualcosa. Insomma, anche se facciamo 10 minuti di riprese al bar con i più sagaci del quartiere, e poi la cosa più fica che succede è che uno vada a svuotarsi la vescica dalla troppa birra, è un FAIL! La strada del realismo è in salita, ne sono consapevole.

6) Ultimo, ma più importante: bisogna scriverle bene, queste benedette battute. E tu, se frughi nel tuo cuore con sguardo sincero e onesto, non sei un incredibile dialoghista. In più, se scruti nel tuo portafoglio, non hai i soldi per pagarti un dialoghista bravo. In più, se ti guardi attorno, capisci non ci sono dialoghisti così bravi in Italia e ti scriverebbero le battute in un’altra lingua e quindi saresti punto e accapo.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali): Nessuna. Solo l’inquadratura dei piedi in omaggio al maestro

Pubblico? Quale pubblico?: Lettori di Nocturno, appassionati di cinema di genere sempre in attesa del nuovo horror italiano, o del nuovo cinema di genere. Insomma, siamo in pochissimi

Ce lo meritiamo? Si, perché è vent’anni che la meniamo con Tranatino, il cinema di genere, e l’Italia anni ’70. E’ naturale che vengano fuori cose come In the Market. E’ un evidente invito per tutti noi a smetterla


6 Comments

  1. Valido
    Posted 10 ottobre 2011 at 11:43 | Permalink | Rispondi

    Vorrei saperne di piu’ sul paragone tra Hostel e Salvate il soldato Ryan ma poi non avrei il coraggio di venirmi a leggere la risposta.

  2. manu
    Posted 10 ottobre 2011 at 12:36 | Permalink | Rispondi

    Guarda, era una roba tipo realismo vs. esasperazione, messa in scena vs documentarismo. Si concludeva con una cosa del tipo “Anche le cose di Hostel sono veramente accadute”.
    Ma io a quel punto stavo già pensando al fatto che appena tornato a casa dovevo riordinare alfabeticamente tutti i libri e i DVD.

  3. Posted 10 ottobre 2011 at 16:39 | Permalink | Rispondi

    la donna più bella del mondo.
    ahahahaahahahahahahahahahaahahahahahah

  4. manu
    Posted 10 ottobre 2011 at 19:02 | Permalink | Rispondi

    Comic Sans.

  5. fedemc
    Posted 10 ottobre 2011 at 20:08 | Permalink | Rispondi

    grande manu.
    finalmente.
    non vedevo l’ora di leggere questo post.

  6. Posted 12 ottobre 2011 at 04:26 | Permalink | Rispondi

    Recensioni come questa sono impagabili…

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