American Horror Story, Ryan Murhpy & Brad Falchuk, 2011

Noi che siamo giovani ragazzi di mondo, è da tempo che vogliamo scrivere seriamente di Serie TV. Ogni tanto, ve ne sarete anche accorti, lo facciamo, ma rimangono un po’ di problemi di fondo. Quando è giusto scrivere di una nuova serie? Dopo la prima puntata? Alla fine della stagione? Su che calendario poi: quello americano o dopo che la serie arriva anche da noi poverinos? Ne vogliamo scrivere una volta uscito il dvd? Insomma, non è facile. Questa volta abbiamo deciso di spiattellarvi lì un giudizio immediato, subito dopo la prima visione. Oggi parliamo della nuova serie di FX america, il cui pilota è stato trasmesso meno di una settimana fa,  il 5 ottobre 2011. Parliamo di American Horror Story.

Ryan Murphy e Brad Falchuk. They're no Mick Garris.

Ryan Murphy e Brad Falchuk. They're no Mick Garris.

I creatori di questo TV Show sono due assi del mestiere: Ryan Murphy e Brad Falchuck, aka coloro che hanno messo la loro firma su serie come Nip/Tuck e Glee. Ma il rischio è dietro l’angolo: io non vorrei ricordarvelo, ma solitamente quando si comincia a parlaree di horror in televisione, a noi giovani di mondo ci cadono un po’ le palle. Se i fasti di quei due o tre episodi decenti (su 26 in totale) di Masters of Horror sono ormai lontani megaparsec, la cocente delusione di Fear Itself è ancora cocente. Certo, parliamo di produzioni differenti, format differenti (lì erano episodi autoconclusivi, qui i 13 episodi della prima serie sono legati da una continuity), e Mick Garris evidentemente non è dotato come il duo Murphy/Falchuk, ma lo stesso se si parla di horror su piccolo schermo, scatta la preoccupazione. Questo per dire che mi sono messo a guardare la prima puntata di American Horror Story con una certa preoccupazione. Ora che ho finito vi posso invece dire che potremmo essere di fronte a un gioiellino.

Va quanta robina.

Va quanta robina.

Diciamo che forse per essere più cauti dovremmo attendere almeno tre puntate per decidere se è una serie che va vista o se possiamo fare spazio sul nostro hard disc, ma il pilota mi ha piuttosto stupefatto. Al centro della serie c’è la classica famiglia disfunzionale: padre psichiatra (Dylan McDermott) a cui piace evidentemente troppo la gnocca, moglie fancazzista (Connie Briton)che ha beccato il marito tradirla e che conseguenzialmente ha deciso di non smollargilela più, figlia adolescente (Taissa Farmiga. La sorella piccolina di Vera) alternativa depressa che si taglia con le lamette da barba del padre. I tre si trasferiscono a Los Angeles in una bella casa antica che nel prologo della serie, ambientato nel 1978, abbiamo visto essere stata teatro dell’omicidio di due ragazzini gemelli da parte di una specie di bambino mostruoso. Non solo, la tipa che vende la casa all’allegra famigliola, li informa anche che i proprietari precedenti, una coppia omosessuale, sono morti tra quelle mura, per la precisione sempre dove sono morti i gemelli del prologo, nella cantina. Per essere ancora più precisi uno ha ucciso l’altro e poi s’è suicidato. Insomma, per farla molto breve: famiglia alle prese con casa maledetta.  Ma c’è molto di più.

Roba Forte.

Roba Forte.

La cosa stupefacente di American Horror Story è l’accumulo di elementi presenti nel pilota. La casa maledetta potrebbe essere già abbastanza – basta da decenni a sceneggiatori e registi particolarmente svogliati – qui invece si punta evidentemente all’en plein. Oltre alla cantina che “mena iazza” c’è molto altro: c’è una vicina di casa (un’eccezionale Jessica Lange) razzistissima e con una figlia affetta da sindrome di down (che lei chiama affettuosamente “la mongoloide”) che passa le sue giornate a intrufolarsi in casa della famiglia per poi ripetere a tutti come un mantra: “morirete tutto qui dentro”. C’è un ragazzo adolescente paziente del padre che sogna di sterminare tutti i suoi coetanei in una strage modello colombine e che sembra poter materializzare col pensiero il bambino mostruoso della cantina. C’è un misterioso altro ex proprietario di casa con la faccia bruciata che si nasconde in giardino a spiare il padre che si masturba. Ah, già. Il padre si masturba perché la governante di casa, interpretata dalla grande Frances Conroy, una donna di anni 57, lui la vede con le sembianze di Alex Breckenridge, una gnoccolona di anni 27 che si veste come la Giovanna dei vergognosi spot della Saratoga. C’è altro? Ah, certo, c’è anche qualcuno che passa in casa vestito con una tuta di latex nero e pratic l’amore alla moglie frigida convinta che questo sia il marito, che invece è impegnato a fare il sonnambulo e giocare con il fuoco. Vi basta?

E olè!

E olè!

Insomma, un casino. Ma un bel casino. Si tratta di una scelta evidentemente consapevole: lo scopo di American Horror Story è quello di essere volutamente sopra le righe, di andare oltre e lasciare lo spettatore disorientato. Il tutto è anche supportato da scelte registiche in questo senso adeguate. Al di là di uno uso piuttosto smodato di zoomettini a vanvera, la regia di Ryan Murphy gioca con i classici luoghi comuni dell’horror ma li comprime in microsequenze dalla durata veramente minima che esasperano il senso di follia della serie. Come dice l’amico Marco di Serial Minds: “O implode in tre puntate diventando una boiata di dimensioni epiche, oppure è avanti dieci anni rispetto a tutto il resto”. Sono d’accordo.

IMDb | Trailer 

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