Il villaggio di cartone, Ermanno Olmi, 2011

C’è un vecchio prete di provincia (Michael Lonsdale), una chiesa che viene svuotata degli arredi sacri, inutili, un sacrestano (Rutger Hauer) che guarda con distaccata indifferenza il crocifisso ligneo calato a terra dagli operai, mentre il vecchio prete invoca pietà ripetendo a bassa voce un lamentoso kirieleison.
Una chiesa, simbolicamente, smontata, svuotata della propria funzione di ecclesia, di comunità, di guida spirituale. Senza più un contenuto, senza più un senso: pareti che circondano uno spazio vuoto di oggetti e di contenuti spirituali, fondali di cartapesta o cartone ad abbracciare il nulla. Almeno fino a quando un gruppo di immigrati clandestini africani in cerca di un tetto non riesce ad entrare nell’edificio, restituendo vita a tutto ciò che era apparso immobile e senza più una storia, fatta o da farsi. Così tonache e  pudiche vesti bianche da cresimanda diventano lenzuola e coperte per giacigli improvvisati, a sporcarsi del sangue di natività reali e disperate, l’acquasantiera diventa secchio di raccolta della pioggia che penetra dalle crepe del soffitto, le panche della chiesa la base dell’accampamento arrangiato con cartoni e coperture di stoffa: Il villaggio di cartone del titolo, la tendopoli dei fuggiaschi via mare, la funzione nuova, vivificante, di una chiesa che finalmente, e letteralmente, accoglie e protegge. E il vecchio prete scopre di avere ancora un posto nella sua comunità, una comunità nuova, una promessa di futuro dall’altra sponda del Mediterraneo, a salvare la deriva di un occidente ormai in dismissione.

E sì lo so che Olmi aveva detto che dopo Centochiodi si sarebbe dedicato solo al cinema documentario,  e invece eccolo nuovamente qui, a piantare il centounesimo chiodo. Perchè anche nel film con il novello gesù Raz Degan il punto di partenza era uno sgombero, anche se in quel caso consapevole e non imposto: là erano i libri e l’ingombro della cultura dei padri versus la necessità di riconquista di uno spazio vergine, di contatto incontaminato con il proprio essere uomo e creatura di dio nata dalla terra e alla terra destinata. Là il giovane professore inchiodava al pavimento i testi ed il sapere libresco per tornare alla natura, in una capanna sulle rive del Po, a predicare attraverso il proprio corpo e il proprio verbo il necessario ritorno alla Terra madre. Ne “Il villaggio di cartone” il ritorno ad un grado zero è necessità storica, ineluttabile, è la distruzione, o meglio autodistruzione, di un sistema di vita che ha rivelato ormai le sue falle e incapacità, e che nell’attimo esatto della rovina finale rivela la luce di una possibilità,  non a caso rappresentata dai figli del continente africano. E’ un film, quello di Olmi, ricco di riflessioni, una parabola, com’è nel suo stile, che abdica al realismo per costruire simboli. Ma è un film di cui è più facile parlar bene a visione finita, avendo lasciato decantare riflessioni che è facile, e doveroso, fare proprie. Perchè è un film che provoca qualche noia e storcimento di naso. Per le simbologie troppo esibite, per quella semplicità dello sguardo che però a tratti scade in facilonerie da catechesi, per manicheismi al limite del fastidio, solo parzialmente corretti (immigrati-buoni-vittime-istruiti, con tanto di Maddalena per non farci mancare nulla, cui si affianca un angelo del male sotto le spoglie di una ragazzina di colore con velleità da kamikaze, ma è solo un’eccezione a conferma della regola). Infine per alcune incongruenze delle quali non si comprende la funzionalità, come l’abbigliamento (alcuni dei ragazzi neri sembrano usciti dal video di un qualche rapper newyorchese, alcuni parlano con voci doppiate in perfetto stile soap opera) o le musiche che troppo pedissequamente fanno da segnalino ai momenti di tensione o dramma. Insomma, personalmente non si riesce a gridare al miracolo, perchè se la denuncia dell’occidente stanco e perduto è forte e pregnante, altrettanto forte, forse un po’ troppo, è l’atteggiamento didascalico. Che è cifra, è vero, di tutto il cinema di Olmi. Ma qui ci pare che il Maestro abbia calcato un po’ troppo la mano, trasformandosi in maestro, con la m minuscola. Perdonami Ermanno. Io, comunque, continuo ad amarti. E detto dalla Papessa scusa ma mica è poco.

IMDb | Trailer 

One Trackback

  1. […] il nostro prete, devono scriverla gli uomini. Non sono d’accordo con la Papessa quando – su Seconda Visione – sostiene che l’Occidente uscirebbe nel film come emblema di una civiltà spenta e ormai […]

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