Il nostro viaggio nel TV movie italiano: Il generale Della Rovere, Carlo Carlei, 2011

Trama. Genova, 1944. Giovanni Bertone (Pierfrancesco Favino), ex ufficiale del Regio Esercito, giocatore d’azzardo e viveur, tira a campare facendo da tramite tra un militare corrotto e i parenti di persone imprigionate, promettendo di intercedere in loro favore. Denunciato ai fascisti da una sua assistita, rischia di essere fucilato. Un alto ufficiale tedesco (Hristo Shipov) gli propone, in cambio della vita, di assumere l’identità falsa del generale badogliano Fortebraccio Della Rovere e di infiltrarsi in carcere tra i partigiani detenuti per carpire informazioni sulla Resistenza. Bertone accetta, un po’ perché è un codardo, un po’ perché si è affezionato alla piccola orfana Ada (Valentina Elaine Kamenov) e un po’ (forse) perché vuole riabilitarsi agli occhi di Olga (Raffaella Rea), una donna che ha amato, ma che per colpa sua è finita a fare la prostituta. Il travestimento riesce, Bertone/Della Rovere conquista la fiducia degli altri detenuti, ma nel momento in cui potrebbe tradirli e riacquistare la libertà decide invece di affrontare con dignità la sua sorte, vale a dire quella del generale Della Rovere.

Giudizio sbrigativo. Mediocre. Il film di Rossellini non era certo straordinario (lo ha scritto Aldo Grasso, eh, mi faccio scudo della sua autorità), ma aveva una messa in scena sufficientemente gelida da dare un senso, calandolo in celle quasi monacali e in silenzi prolungati, al gigionismo di Vittorio De Sica. Carlo Carlei, già responsabile di altri santini TV, come quelli dedicati a Enzo Ferrari e a Padre Pio, non ci prova neanche a fare il Rossellini, e di questo gliene va dato merito. Tenta di fare un corretto film di ambiente storico (prima puntata) e un dignitoso prison movie (seconda puntata). Il brodo però è troppo allungato, da 132 minuti si passa a 200. Non solo si espande il romance, ma c’è l’invenzione di una linea narrativa non presente nell’originale rosselliniano, che ha come protagonista la piccola Ada, figlia dell’uomo – ingiustamente fucilato – che custodiva per conto di Bertone l’amato cavallo Fosco. Il ricorso ai bambini nella costruzione del discorso nazionalista (quello è, via) non è una novità. L’inclusione degli animali nella partita è decisamente un segno dei tempi.

Perché lo abbiamo visto? Principalmente per curiosità, per vedere in che modo la storia era stata riadattata, nel formato visivo e nella scansione narrativa, alle esigenze di un formato con regole ipercodificate quale è il TV movie Rai di prima serata.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”). Non pervenuto, anche perché questo non è un in prima battuta un prodotto con ambizioni autoriali. Detto questo Carlei sembra uno che dalla sua breve e non fortunatissima esperienza hollywoodiana ha imparato assai bene come si fa un establishing shot. I totali, le inquadrature che introducono gli ambienti in relazione ai personaggi, sono sempre schematici e ben leggibili. Non è risolutivo, ma almeno non ci si chiede ogni due minuti “cosa sta succedendo?”.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate). Non è questione di povertà: i mezzi qui probabilmente ci sono (la Rai produce insieme a Rizzoli), e se non ci sono è come se ci fossero. È più questione di poca fantasia: in certi momenti Favino lascia perdere l’interpretazione del personaggio e interpreta invece Vittorio De Sica che interpretava Bertone (anzi, Bardone) che interpretava il generale Della Rovere. In poche parole il virtuosismo fa da supplente alla sceneggiatura e sembra di assistere a una specie di saggio di tecnica recitativa del tutto fuori controllo.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare). Dal mio punto di vista nessuna. Dal punto di vista della produzione, forse, la scena in cui Bertone si avvicina piangente all’amato cavallo Fosco, che però in realtà è vivo e ha imparato, grazie agli insegnamenti di Ada, a fingere di essere morto.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida). Per quanto mi riguarda la scena descritta appena sopra.

Tarallucci e vino (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto): C’è la Seconda guerra mondiale, può bastare.

La società si prende le sue colpe? Ma no, la colpa non è della società: come in buona parte dei racconti sulla Seconda guerra mondiale è sostanzialmente degli altri. Il più, a forza di annettere nel “noi” un po’ tutti (comunisti, badogliani, fascisti di buon cuore, giocatori d’azzardo, cavalli, bambine, tedeschi con una coscienza acuta della tragedia incombente) è capire chi sono questi “altri”. E quindi, tanto per fare un po di antropologia for dummies, capire bene chi siamo “noi”.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”). Il problema qui è il solito delle produzioni Rai: sai chi governa quando sono messe in cantiere, non sai mai chi ci sarà quando verranno trasmesse. Per non sbagliare c’è dentro un po’ di tutto, ma direi che l’orientamento è impercettibilmente destrorso.

Indice “Montale e i suoi limoni“ (alias sfoggio di high culture a caso). Be’, già prendere a modello Rossellini, sia pure un Rossellini “minore”, è segno di una certa propensione al rischio. Per il resto niente.

Indice di Tarantinabilità (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?): Zero spaccato. Anche perché qua i riferimenti sono altri.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali). Non più di quello che permettono gli standard della prima serata di Rai Uno, poco o nulla. Anche le scene ambientate nel postribolo in cui vive e lavora Olga hanno un livello di licenziosità inferiore a quello di una vecchia puntata di College.

Pubblico? Quale pubblico?: Il solito fedelissimo di Rai Uno, quindi probabilmente a prevalenza adulta e centro-meridionale. In termini quantitativi la prima puntata ha avuto 4 milioni e 200 mila spettatori per il 17% circa di share, nella seconda percentuali di ascolto più alte (20%) e un milione di spettatori in più.

Ce lo meritiamo? Non sa, non risponde.

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