Elegia di una vittoria: ciao, Walter, ciao. Parte prima: le doverose premesse

Se ci vuole onestà intellettuale ad ammettere quando si perde, ce ne vuole altrettanta, e forse di più, ad ammettere che si è vinto.

Ebbene sì, time was on our side e, alla fine, Veltroni è morto. O meglio: lui è ancora vivo, certo, e gli auguriamo 100 di questi anni- a Manhattan, in Africa, alle Bermuda ma 100 tutti. Ma la più perniciosa delle sue creature, il veltronismo, sta scatarrando gli ultimi respiri. Grazie a Dio.

Lo possiamo dire, possiamo esultare, lo possiamo affermare a gran voce: abbiamo vinto il nostro nemico. E lo abbiamo battuto con le armi che lui stesso ci ha insegnato. Cioè non facendo un cazzo.

Per capire la personale esultanza che anima questo momento storico bisogna sottolineare che, nella nostra modestissima opinione, il veltronismo come fenomeno culturale è stato la cosa peggiore – e poco attentamente considerata – che potesse capitare a questo paese negli ultimi vent’anni.

Si, ok, forse è stata la seconda.

Ma riflettete. Se voi foste un simpatico abitante della Terra di Mezzo, e tutto fosse andato come il 99,9 per cento delle probabilità diceva, cioé che Sauron si sarebbe inculato con la sabbia tutti i simpatici e dolci Hobbit e i loro amici elfi, umani, nani e l’ardita compagnia dell’anello, e voi foste finiti in una miniera a picconare sale tra rigagnoli di lava sotto l’inflessibile controllo di orchi armati di frusta, con chi ve la prendereste?

Certo, con il malvagio Sauron, che vi sta schiavizzando. Ma, comunque, qualche bestemmione contro quel coglione di Gandalf che, avendo una sola possibilità di vittoria, one shot one opportunity, l’aveva giocata come? Affidando la vostra sorte e il combattimento contro Colui che tutto vede, sua malvagità, quasi onnipotente, a 4 nanerottoli campagnoli dai piedi pelosi neanche capaci di usare decentemente una fionda e interessati solo alla Puffbacche, a bere sidro in caraffe di terracotta e ad organizzare sagre con danze irlandesi.

Uno sarà pure malvagio, ma l’altro un deciso coglione, o no?

Ma fuori dalle iperboli, e dalle tentazioni da leggere le metafore 1 a 1, cerchiamo di procedere con ordine.

Perché diciamo di aver vinto?

Badate bene, la vittoria non vuol dire che il fenomeno sia scomparso, difficilmente qualcosa scompare così, d’un tratto. I film veltroniani si faranno ancora per anni, penso che sia una caratteristica del carattere italico, come gli spaghetti e i baffi neri, ma il punto è che saranno sempre meno decisivi, saranno sempre meno minacciosi, conteranno sempre meno. Ci sarà meno gente che pagherà per vederli, ma soprattutto molta meno gente che dirà “Ah, l’è proprio un bel film, mica quelle americanate dove si sparano di continuo”

Noi celebriamo una vittoria e, al tempo stesso, pure la morte della nostra funzione. Insultare La meglio gioventù anni fa era un imperativo categorico, visto l’abbaglio collettivo che aveva fatto amare un film gentiliano, con il casolare ristrutturato in Toscana al posto dello stato fascista come ultimo dispiegamento della ragione nel concreto storico.

Dieci anni fa sapevamo riconoscere lammerda dopo sole tre immagini di trailer. Ed eravamo certi che fosse lammerda. Senza alcun dubbio. Ridevamo di quelli che all’università cercavano di convincerci che Jalla Jalla fosse un bel film. Sapevamo che Le fate ignoranti era una roba spaventevole da non far vedere ai bambini. O che Santa Maradona era una cazzata da brividi. Insomma, avevamo una certezza intuitiva di cosa fosse il cinema buono e cosa fosse lammerda.

E lammerda era tenuta insieme da un principio che tutto unificava, da cui promanavno le sue manifestazioni singolari che però erano solo epifenomeni di una degnerazione dello spirito:il cinema di qualità ovverosia il veltronismo. Che fosse italiano, che fosse d’importazione come Le invasioni barbariche.

Non che abbiamo perso questa capacità, sappiamo trovare lammerda come e anche più di prima, è che abbiamo perso il senso del principio di individuazione della lammerditudine che dà una ragione di essere, onnicomprensiva e semplice, a lammerda. Che era un principio prosperante e attivo all’epoca, e che adesso si sta affievolendo e che non regge più una comoda e agevole lettura manichea del mondo.

Saremo sempre pronti a ritrovarla (es. l’ultimo Soldini oppure Matrimoni e altri disastri) ma non attaccheremo più un nemico forte e potente, ma un nemico morente e agonizzante. Rischiando di sbagliare bersaglio. Magari c’è un altro principio organizzatore dellammerda all’opera, e noi stentiamo a riconoscerlo cercando ovunque il veltronismo. C’è il forte rischio di essere fuori tempo.

Questa è anche una amara e sana ammissione di invecchiamento: forse non ne siamo più capaci. Dopo il veltronismo, forse si sta formando un altro principio di catalizzazione della merda, ma non lo vediamo all’orizzonte. E non vorremmo ritrovarci come quelli che biasicano che la situazione penosa della cultura italiana è diretta conseguenza della meccanizzazione e della fordizzazione della raccolta del riso nel vercellese, maledetto epifenomeno della globalizzazione che ha piegato e schiavizzato la mondina.

Ecco, giusto per dire che, se ci ridurremo così, non avremo ragione di una saggezza del passato, ma saremo rincoglioniti forte e incapaci di vedere la contemporaneità con degli strumenti adeguati.

Capita: qualche anno fa perculavamo quando veniva salutata ogni scoreggia simil Sundance arrivasse nelle nostre sale, bastante un Bill Murray basito per tre inquadrature e c’erano orde di persone prossime a salutare un capolavoro che sarebbe durato nella sfera della cultura tanto quanto la pipì di una farfalla, con conseguenze ancora più insignificanti. Adesso non troviamo nulla più da perculare in questo modo in un modo così terribilimente autoevidente. Il tempo ci ha dato ragione anche in questo caso, ma non vediamo altre mostruosità all’orizzonte. O non ci sono o non siamo capaci di vederle. Oppure non c’è più un principio unificante.

Insomma, per una ragione o per l’altra, cominciamo a sentire meno i tamburi della battaglia.

Perché la battaglia è stata vinta. Non abbiamo fatto un cazzo, ma la medaglia ce l’appuntiamo lo stesso: il cinema italiano sta meglio di dieci anni fa. E il veltronismo è oramai minoritario sui nostri schermi.

Questo sarà la tesi della prossima puntata: “non si stava meglio quando si stava peggio”: Garrone vs. Ozpetek, Benigni vs. Sorrentino e la neocommedia che incassa senza puzzettone e senza essere di qualità.

4 Comments

  1. Posted 20 ottobre 2011 at 10:23 | Permalink | Rispondi

    Vabbè, ma scrivendo così arrivi a fare a tua volta del veltronismo…
    Per dire: al di là dei titoli, per quale motivo non bisognerebbe entusiasmarsi per un film anche se questo “sarebbe durato nella sfera della cultura tanto quanto la pipì di una farfalla”? Ragionamento speculare – ma con parametri diversi – rispetto a quello della ricerca del film “d’autore” e “di qualità” a tutti i costi. Se un film entusiasma anche solo per cinque minuti, ha fatto il suo. Non entrerà nella storia, ma ha fatto il suo. E questo è il destino del 90% dei film che vediamo, non solo di quelli del Sundance.

    Poi, critichi in modo sacrosanto i film di (alla) Ozpetek perché non sono nulla, ma, quando citi l’unico progetto di ampio respiro del cinema italiano degli ultimi anni (“La meglio gioventù”), non ti metti a fare i conti con i risultati (più che discutibili) di quell’esperimento, ma ti metti a disquisire del suo significato politico, come se fossi in un’assemblea degli anni ’70, gli stessi “favolosi anni ’70 pieni di sogni di cambiamento” che tanto piacciono a Walterone nostro.

    La critica a questo tipo di cinema è doverosa, ma farla così è controproducente. Per linguaggio e toni sembra l’equivalente dell’internet di “Parla con me”, con tutti a darsi di gomito e dire “ah, noi sì che siamo l’elite culturale di questo paese”.

    Il che significa che, in realtà, il veltronismo ha stravinto.

  2. manu
    Posted 20 ottobre 2011 at 11:34 | Permalink | Rispondi

    Oh, una bella risposta nel merito.
    Bien. Si argomenti.
    Allora: come si evince dal titolo, questa è la prima parte (la premessa). Argomenterò alcune cose nelle prossime puntate. Soprattutto cos’è per me il veltronismo.
    Comunque: non sono d’accordo sul fatto che un film se ti entusiasma per 5 minuti ha fatto il suo, ma mettiamo che sia così.
    Usare questo entusiasmo di 5’per dire “capolavoro” “geniale” o altri superlativi è una cazzata. Se si usano questi termini, perdonami, ma il film deve dare qualcosa di più dell’entusiasmo di 5′.
    L’esaltazione “culturale” senza prospettiva né riflessione seria è veltronismo.
    La meglio gioventù è un progetto televisivo, prima di tutto, e il suo ampio respiro io non lo vedo proprio: cosa ha prodotto? lo usa ancora qualcuno come modello? Boh, per me no. però lieto di sentire argomentazioni
    Il resto dell’argomentazione sulla meglio gioventù è debole: se lo critico politicamente come si faceva negli anni 70 (si è smesso? non mi pareva), e Veltroni ama gli anni 70 allora io sarei veltroniano. Ci sono quintali di non sequitur.
    E, comunque, non ho disquisito, ho fatto un piccolo accenno. Non argomentato questo sì, ma se vuoi ti linko il vecchio post.
    E, infine, Dandini ci sarai te (scusa il tono, ma quando ce vo ce vo). A chi mi darei di gomito? Non vedo nessun altro. Ci commentano in 4 qui; e non mi sembra di fare un discorso a Eco, Michele Serra e Marco Tullio Giordana.
    Non sto dicendo “ah, quest’isola felice in un mare di cazzate che ci affliggono”. Sto dicendo:
    1) per fortuna non ci sono più il mare di cazzate e i cantori di queste cazzate.
    2) non c’è nostalgia, ma solo la serena ammissione che magari non capisco più alcune dinamiche: quindi vorrei evitare di rompere il cazzo alla gente con “ahinoi, non ci sono più le lucciole”
    3) voglio provare a fare un’analisi ragionata di un fenomeno che è stato e che secondo me non c’è più. Per fortuna. non un formidabili quegli anni. Ma “sono meglio questi anni”. Anzi “sono diversi questi anni”.
    Il che è l’antitesi del veltronismo.
    Oltre a non esserci nessun ” ma anche”, nessun pantheon di gente che mi piace.
    Se ci vedi veltronismo, secondo me ti sbagli.
    E ritenere veltronismo ogni tentativo di fare un discorso più generale (di cui qui si aveva solo la premessa ripeto, magari andiamo più a fondo nelle prossime “puntate”) è un sintomo di GiulianoFerrarismo. Che è una piccola pustola, fastidiosissima ma derivativa, sul corpo del veltronismo.
    Cordialmente.

  3. Posted 20 ottobre 2011 at 14:59 | Permalink | Rispondi

    “La meglio gioventù” è stato un tentativo di uscire dalla logica del filmettino piccolo piccolo alla Piccioni & Co. Aveva un’ambizione diversa rispetto al raccontare quello che succede in un salotto o nel solito gruppo di amici. Non ha prodotto seguito, ma un respiro più ampio rispetto al resto del panorama l’aveva. Non si nascondeva dietro ai soliti personaggi anaffettivi e ai problemi di relazione, avendo anche le palle di buttare dentro qualche tono da melodramma (che può irritare, ma è comunque un tentativo di uscire dal solito schemino). Poi è un film pieno di difetti e di ingenuità imperdonabili, ma attaccarlo perché è un film “gentiliano” è una cosa che per me è davvero figlia di un’impostazione anni ’70, ovvero l’epoca che ha formato chi ha ridotto il giornalismo culturale nello stato pietoso in cui si trova oggi.

    E poi scusa, ma tutto il post è un darsi di gomito. Capisco che la parola “Dandini” sia veramente pesante, ma quello che scrivi è un continuo noi che sapevamo cos’era lammerda, noi che non ci bevevamo “Jalla Jalla”, noi che perculavamo il Sundance ecc. ecc. Certo, non citi Don Gallo e Vecchioni, ma è lo stesso procedimento. E allora non se ne esce, a meno che non cambi tutto nelle prossime puntate.

    (Poi oh, intendiamoci: sono completamente d’accordo con te sul fatto che quel cinema italiano che massacri vada massacrato e che il veltronismo – almeno per come lo intendo io – abbia fatto danni enormi.)

  4. manu
    Posted 20 ottobre 2011 at 16:57 | Permalink | Rispondi

    Sulla Meglio gioventù difficilmente transigo.
    Secondo me confondi la malattia con la diagnosi. La meglio gioventù è un film anni ’70: didattico, retorico, ideologiamente impegnato, confuso. Non è colpa mia se fa finire la Storia in un casolare tra i benestanti con l’Altro (il proletario buono) che fa il muratore, e tutti a darsi di gomito compresi i fantasmi.
    E’ il peggior manifesto della peggiore generazione di questo paese. Mi spiace, ma sono fermo sulla posizione.
    Se un film vuole essere ideologico, allora lo si critica su quel punto. Ma è il film ad aver scelto il discorso. Ozpetek, Piccioni e co li possiamo affrontare anche da altri punti di vista. Ma un manifesto lo giudico dalle cavolate che spara.
    La dico grossa: se si vuole il melodramma, meglio Ovunque sei di Placido.
    Il noi era un plurale maiestatis: una questione più che altro di forma. Parlo a titolo personale, ma potevo usare anche un più corretto “si” impersonale. uno bravo diceva che le più grandi invenzioni dell’umanità sono state il cavallo e la terza persona.
    Dalla prossima userò la prima persona singolare, o la terza impersonale, così saltiamo questo equivoco
    Il noi era un artificio retorico purtroppo abusato e, anzi, potrei anche metterlo alla prima tutto intero.
    Si tratta di una mia analisi, e di un mio imbarazzo. Vorrei smetterla di parlare del veltronismo, su questo blog, perché ritengo di essere fuori tempo massimo. Prima avevo un bersaglio polemico, che per fortuna o sfortuna ora non riesco a ritrovare.
    E, comunque, qui anticipo uno dei prossimi capitoli, alla fine siamo tutti figli di Veltroni: non si passano 20 anni a caso in un clima culturale senza sentirne le conseguenze. Foss’anche solo per rigettarlo totalmente. E, in fondo, la salute del cinema italiano di oggi è anche merito suo (economicamente più che culturalmente). Forse suo malgrado.
    Ma prima di riconoscerne i meriti mi preme sottolineare i suoi danni. E il procedimento non è lo stesso: uso il “noi” come forma ma non come intenzione, ma il mio discorso non ha padri nobili, non è il cantico di una sfortunata sconfitta.
    E, in ogni caso, sconfiggiamo con le armi che il nemico ci ha insegnato…

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