This must be the place, Paolo Sorrentino, 2011

La locandina di This must be the place, con la faccia di malinconia un po’ grottesca  e infantile stupore, (nonostante le rughe, anzi forse per le rughe) di Sean Penn in versione un po’ Robert Smith un po’ Edward Mani di Forbice da diverse settimane ci sbatte contro ad ogni angolo di strada. Il debutto americano di uno dei registi più quotati del cinema nostrano, per di più con dio Sean, non poteva certo passare inosservato, tanto più che il battesimo era stato di quelli col botto, all’ultimo Festival di Cannes, dove gli osanna a Sorrentino si sprecano. Insomma, un mix di quelli da andare a colpo sicuro.  La storia, a sommi capi per chi ancora non la conoscesse, è quella di Cheyenne, rock star vicina al pensionamento, che da anni non sale su un palco pur restando ancorato alla quotidiana abitudine del trucco di scena- occhi bistrati, cipria bianca e rossetto rosso. C’è una macchia dolorosa nel suo passato, un presente di agiatezza al fianco di una donna spensieratamente solida (Frances Mc Dormand), una giovane ragazza dark, Mary, che tutti scambiano per sua figlia (ma che in realtà è la figlia di Bono Vox) la sensazione di una incombente depressione o malinconia, la percezione di trovarsi fermo da anni nella stessa posizione, incapace di abbandonare un infantilismo connaturato al suo essere, che se da un lato lo anima di un continuo stupore, lento come i suoi movimenti, e di una trasparenza disarmante, dall’altro lo inchioda fuori da ogni tempo. Fino a quando il padre, ebreo, ex detenuto scampato ad Auschwitz, non muore lasciandogli in eredità la caccia ad un criminale nazista che per tutta la vita ha tentato di scovare nelle sterminate lande americane.  Il viaggio che Cheyenne compie attraverso gli Stati Uniti lo porterà, come ogni percorso on the road che si rispetti, a una rinnovata percezione di sè, a toccare ciò che si nasconde sotto la maschera che da decenni indossa.

E allora cosa ne  venuto fuori da questo incontro tra titani? Da uno come Sean Penn che occupa necessariamente tutto lo spazio dello schermo con un carisma fuori discussione e un regista altrettanto trabordante e dal segno riconoscibile, certo non disposto a dirigere con mano lieve? Qualcosa, molto, di buono, qualcos’altro, anche se poco, di più discutibile. Da un lato Sorrentino, nonostante siamo lontani dalle zone del Divo Giulio e più vicini semmai all’intimismo del Titta de Le conseguenze dell’amore, tiene fede alla propria personale inclinazione di eccentrico costruttore dei protagonisti delle sue storie. Cheyenne si accoda alla galleria di personaggi sorrentiniani che si impongono per la forza della loro eccezionalità,  che pur nel tormento di debolezze o smarrimenti non partoriscono sconfitte ma piuttosto evoluzioni intime e profonde, magari poco percettibili all’esterno. Sean Penn è perfetto in questo: si muove sul limite del ridicolo senza mai caderci, regalandoci un personaggio di quelli che si impongono nella memoria cinematografica. Gli occhi mai aperti, o coperti da lenti nere, i gesti pesanti e lenti, come se fosse sempre intento a trascinarsi un fardello, o come se ogni gesto, anche il più banale, assumesse la ieraticità di un rituale ad uso e consumo di un pubblico che assieme rifugge e inevitabilmente attira con le sue stravaganze.  Ed è proprio nella eccezionalità del personaggio, nel suo parlare per frasi scolpite, che si avverte un po’ di debolezza, come se quell’emanare sentenze che ti appunteresti volentieri su un notes per aggiornarci il giorno dopo lo status di Facebook ci fosse qualcosa di troppo autocompiaciuto, di troppo forzato. Non che ci sia una sola parte del film che abbia pretese di realismo, ma alla sceneggiatura si può imputare questa pecca. Piccola, a mio avviso, così come non si può, sempre per personalissima opinione, accusare Sorrentino di mostrarci ad ogni inquadratura quanto è bravo. Lo è, punto, abuso o non abuso di carrelli, cosa sulla quale ci sarebbe da discutere. E’ un film che è anche godimento visivo, con i panorami della grande America (tornano gli anni settanta, cinematograficamente parlando, come già era accaduto per Into the wild) , la fotografia sempre impeccabile di Bigazzi, una scena finale che è magnifica, e che sgombra il campo su ogni dubbio riguardo al modo poco ortodosso di guardare alla shoah che il film tenta. Riuscendoci, alla grande. Troppa perfezione? Ricerca ossessiva dell’effetto ad ogni costo, dai dialoghi alle inquadrature alla selva umana che circonda Sean/Cheyenne? Forse, il sospetto c’è, l’impressione resta. Pur nel complessivo godimento, che non è poco.

Trailer | IMDB

One Comment

  1. N
    Posted 7 dicembre 2011 at 05:33 | Permalink | Rispondi

    La storia in se,non è particolare, non coinvolge..se non il protagonista, che con la sua recitazione ti inchioda alla visione del film.La figlia di Bono, non so cosa c’entri come personaggio, è superficiale e inutile, mentre la moglie di Cheyenne, l’unica interessante, per via del suo carattere, forte e protettivo, fa poche apparizioni,anche la donna, a cui manca il figlio sparito, è interessante solo come aspetto, ma nulla di più..Il film si salva, grazie al personaggio Cheyenne,che è rimasto ingabbiato nel passato,sia come modo di ragionare e vedere il mondo,e a quanto pare non si è evoluto sulla tecnologia, es. Non usa il cellulare.( emenomale ! )
    Un film, che non è entrato in profondità, senza una storia coinvolgente.Belle alcune riprese, e ottima la recitazione di Pean.
    Dimenticavo..il finale mi ha lasciata un pò delusa..sarà che mi piaceva il mondo interiore di Cheyenne, e vederlo cambiare, e come averlo visto sotto le vesti di un comunissimo mortale..Ma a questo mondo, è difficile essere diverso dalla massa, e sfuggire a cert realtà. :-)
    ps:La mia vuole essere un’opinione, visto che non sono critica cinematografica.

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