Il nostro viaggio nel cinema italiano/31: Il marito perfetto, di Lucas Pavetto, 2011

Trama
Viola (Crisula Stafida) e Nicola (Damiano Verrocchi) sono due coniugi in crisi. In cerca di un po’ di pace e dell’armonia perduta decidono di trascorrere un fine settimana nella casa in campagna della famiglia di lui. Ma uno dei due non riesce a fare pace con i propri fantasmi e la bucolica villeggiatura si risolve in un bagno di sangue.

Giudizio sbrigativo
Qua e là funziona, ma i problemi sono sempre gli stessi del film di paura italiano. Tanta passione verso il genere, ma affidata a sceneggiature e soprattutto dialoghi che avrebbero bisogno di molte e molte revisioni prima di finire sullo schermo.

Perché lo abbiamo visto?
“Sempre per la solita storia: perché amiamo l’horror e se è italiano non resistiamo”. La citazione non viene da un vecchio articolo di Giovanni Buttafava, ma dal post di Francesco di una settimana fa. Qui non è horror, bensì thriller, ma potremmo farla diventare una formula per questo Viaggio. In più il regista Lucas Pavetto ci ha contattato per proporci gentilmente la visione del suo film, che dura nemmeno 40 minuti.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
La scena dell’omicidio della guardia giurata. Niente di originalissimo, ma un bell’uso del montaggio sull’asse e del raccordo sonoro. Aiuta molto il sound design, curato in modo funzionale da Giuseppe Capozzolo.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Non c’è quella povertà triste del cinema low budget italiano. C’è invece la levigatezza altrettanto scoraggiante dei film che non convincono: immagini ben contrastate, doppiaggio iperprofessionale, suono curato, effetti speciali semplici ma dignitosi, recitazione volenterosa. Ma tutto senza una direzione precisa, senza un’idea veramente disturbante.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare)
A dire la verità non ci si crede mai che debba decollare. Sarà che si inizia con un profluvio di riprese aeree alla Shining, saranno le facce da concorrenti del GF12 che sfoggiano gli attori (lo dico in maniera puramente descrittiva), ma personalmente non sono riuscito a dare fiducia.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Lei riesce a slegarsi dal letto a cui è ammanettata mentre lui è impegnato a fare fuori la guardia giurata impicciona. Finge di essere ancora legata e lo ferisce con il gancio di una manetta. Lui allora brandisce l’ascia e le trancia di netto due dita. Il pensiero corre veloce al cardinale invitato al varo della motonave nel Secondo tragico Fantozzi. Anche la scena in cui la guardia giurata descrive gli sgradevoli effetti causatigli da un pur modesto consumo di vino, tuttavia, va vicino al suicidio.

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Siamo nel territorio del thriller, quindi il conflitto c’è, ma tutto all’interno di una stessa testa.

La società si prende le sue colpe?
No. Almeno la filippica sociologica ce la evitiamo.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Proprio a voler essere pignoli compaiono tracce di un certo immaginario della sinistra cinematografica, alla Meglio gioventù: il casale in campagna, l’autoproduzione di vino… Ma quell’immaginario non è né percorso fino in fondo, né distrutto in senso parodico. C’è e basta.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Sette. Nelle note di regia Lucas Pavetto sostiene di essersi “ispirato al cinema francese”: riferisco senza commentare, perché sono troppo ignorante circa il thriller transalpino. Ogni tanto compaiono dettagli di insetti voraci alla Inferno di Dario Argento, quelli si riconoscono facilmente. E altre figure (oltre all’incipit, vedi il marito che insegue la moglie con l’ascia in mano urlano “Tesoroooo…”) andrebbero usate forse con una certa cautela.

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Non credo.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Niente. L’attrice protagonista, Crisula Stafida, è sempre abbondantemente vestita, anche quando si concede brevemente alle smanie per il bondage del marito.

Pubblico? Quale pubblico?
Quesito impossibile da sciogliere. La cura nella confezione sembrerebbe funzionale a un minimo di distribuzione, ma il formato veramente strano (38 minuti) ne fa qualcosa di intermedio tra il cortometraggio-saggio e il lungo, praticamente impossibile da distribuire.

Ce lo meritiamo?
Di sicuro non facciamo niente per non meritarcelo.

 

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