George Harrison: Living in the Material World, Martin Scorsese, 2011

Qualche mese fa, scrivendo di un altro documentario musicale, gli rimproveramo il difetto di non sapere, probabilmente, che cosa volesse raccontare sin dall’inizio. Affrontando sulla carta questo George Harrison: Living in the Material World, si potrebbe sollevare lo stesso dubbio e dire a Scorsese: “Martin, sei sicuro di volere fare un documentario su una delle figure più note del XX secolo? Certo, se lo facevi su Lennon o McCartney era ancora più rischioso, ma…”. E invece il regista continua la sua esplorazione della musica del secolo scorso e dei suoi personaggi scegliendo, non a caso, il Beatle più misterioso, schivo, “esotico”, giovane anagraficamente, eclettico (e di cui oggi ricorre il decennale della scomparsa). Cinquantotto anni di vita (e che vita) in quasi tre ore e mezzo di film: ecco il risultato di un lavoro enorme di montaggio e, prima ancora, di selezione esemplare delle decine di migliaia di ore di materiale audio e video a disposizione, arricchito da interviste classiche, ma non banali.

Ma se Scorsese si limitasse a questo, alla lunghezza del documentario sopravviverebbero solo i fan duri e puri (come chi scrive). Invece il regista dimostra per la centesima volta la sua sensibilità e l’attenzione allo spettatore coinvolgendolo in un doppio percorso di scoperta: esattamente come Harrison è passato (piuttosto in fretta) dalla gioventù a Liverpool, alla fama mondiale, allo scioglimento dei Beatles a una carriera solista con numerosi alti e bassi, accompagnata però dal crescente interesse per la spiritualità e la meditazione di stampo induista, così anche noi andiamo alla scoperta del “reale” Harrison, passando obbligatoriamente per l’iconicità del personaggio che ben conosciamo, dai rapporti con gli altri tre “Fab”, all'”incatenamento” ai doveri della Apple, alla prima incredibile prova solista (il triplo album All Things Must Pass), alla produzione di film (Terry Gilliam e i Monty Python devono moltissimo al musicista) fino a una presa di coscienza sempre maggiore di sé attraverso, appunto, alcune pratiche che già i Beatles avevano sperimentato nella seconda metà degli anni ’60.

La spiritualità di Harrison, spesso oggetto di eleganti prese in giro anche durante l’attività della band, viene trattata da Living in the Material World in maniera molto onesta e rispettosa. Seguiamo Harrison dai primi contatti con il Maharishi alla passione per Ravi Shankar, fino alla simpatia per una religione che, a differenza del cattolicesimo nel quale il piccolo George era stato cresciuto, non impone dogmi, bensì dice di credere a ciò che si arriva a percepire, attraverso la ricerca. Ma non siamo dalle parti dell’agiografia, nonostante il retroterra cattolico di Scorsese potrebbe portare a un risultato del genere. Il regista è troppo intelligente e onesto per scivolare in una santificazione, nonostante affidi l’inizio del film a una rapida successione narrativa vita-e-morte di Harrison: a partire dal titolo (preso da un album del 1973) Scorsese evidenzia la grande contraddizione del musicista, quel mondo materiale (dentro e fuori di lui) che contrastava sempre di più con la direzione che Harrison voleva prendere, che comprendeva anche il raggiungimento dell’assenza di pensiero tramite l’uso di mantra. Harrison scambia la moglie con Clapton, fino a che il grande chitarrista non se la porta via, Patty Boyd. Harrison che non viene molto considerato come songwriter dalla Grande Coppia, che gli concederà un “lato A” (“Something”) solo alla fine della storia dei Beatles. Harrison che mette in piedi il primo concerto di beneficienza della storia, quello per il Bangladesh. Harrison che, subito dopo, si getta in un vortice di cocaina che avrà effetti devastanti su corpo e carriera. Harrison che si riprende e inizia ad avere come missione quella di rimettere a posto la tenuta di Friar Park, arrivando a piantare personalmente alberi, fiori e aiuole, con dileggio degli amici del figlio. Harrison che chiama qualche amico (Dylan, Petty, Orbison, Lynne) e mette su una superband in un batter d’occhio. Harrison che viene quasi ucciso da un pazzo che lo pugnala in casa sua.
Harrison che, alla fine, muore e lascia il suo corpo “illuminando la stanza”, come racconta commossa la moglie Olivia. E, dopo 208 minuti, pensi che possa essere vero: probabilmente George Harrison è riuscito a raggiungere lo stato che voleva, lontano dal mondo materiale che l’ha reso più che famoso. Si riaccendono le luci e si scopre che in fondo non c’è nulla da scoprire: tutto è sempre stato lì, sotto i nostri occhi, basta volerlo vedere.

And the people who hide themselves behind a wall of illusion
Never glimpse the truth then it’s far too late when they pass away.
(“Within You, Without You”, da
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, 1967)

IMDB | Trailer

3 Comments

  1. barbara
    Posted 3 dicembre 2011 at 05:14 | Permalink | Rispondi

    Sembra imperdibile.
    Contiene anche questa chicca? http://youtu.be/zciiuMLh9_M

    • Francesco
      Posted 3 dicembre 2011 at 12:59 | Permalink | Rispondi

      il brano no, ma dei rutles ovviamente si parla, e c’ un aneddoto davero incredibile. vedere, vedere!

      • barbara
        Posted 3 dicembre 2011 at 13:04 | Permalink

        dispongo già di una copia. Appena ho tre ore-buca… ;)

3 Trackbacks

  1. By Three Days (a Week) | A Day in the Life on 29 novembre 2011 at 10:03

    […] e ci si emoziona per immagini e aneddoti mai sentiti prima. Come dico nel post che esce oggi su “Seconda Visione” (ne parleremo stasera in onda), l’esperienza che il documentario di Scorsese offre allo […]

  2. By Vitaminic – Tra Le Havre, Liverpool e New York on 30 novembre 2011 at 16:29

    […] Infine, nel decennale della scomparsa, abbiamo ricordato il Beatle giovane parlandovi di George Harrison: Living in the Material World, il bellissimo documentario di Martin Scorsese che abbiamo avuto modo di vedere in prima nazionale il giorno prima dell’eccezionale concerto di McCartney a Bologna, e di cui abbiamo anche parlato sul blog. […]

  3. […] colonna sonora – David Byrne per This Must Be the Place – George Harrison per Living in the Material World – Cliff Martinez e altri per Drive – Vari per Shame – Howard Shore e Metric per […]

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