La rassegna stampa del sabato sera

The Invisible Gorilla. Sul New York Times Manohla Dargis, prendendo spunto da un esperimento sull’attenzione selettiva, spiega che i film non narrativi sono più difficili da guardare, ma lasciano anche più libertà di visione allo spettatore. E quindi, di conseguenza, danno anche un’esperienza più ricca. A occhio una posizione non proprio originalissima, ma magari ho capito male io.

Adieu 35. Molti dei film proiettati all’ultimo Festival di  Cannes erano in digitale, un digitale che negli ultimi anni assomiglia sempre di più alla vecchia proiezione in pellicola. L’ultimo numero dei Cahiers du Cinéma è dedicato proprio a questo passaggio e, a giudicare dall’indice, sembra più esplorativo che nostalgico/apocalittico. Online si può leggere l’editoriale di Stéphane Delorme.

Quota 39%, seconda parte. Riccardo Tozzi, presidente Anica, dice che è molto bello che il cinema italiano recuperi quote di mercato nei confronti di quello statunitense, ma lancia un paio di piccoli allarmi. Uno: coi film d’autore, fino a qualche anno fa fonti di incasso limitate ma sicure, si guadagna sempre meno. Due: se non si mette mano alle obsolete sale cittadine si rischia di perdere del tutto quel pubblico.

Associazione unica. Il pensionato di lusso Paolo Ferrari, già presidente Anica, già uomo forte della distribuzione americana in Italia, has a dream: un’associazione di categoria unica, che riunisca “esercenti, produttori e distributori”. Chissà se i produttori italiani, mai così poco subordinati all’esercizio e alla distribuzione, saranno d’accordo.

Vittorio De Seta. Nel frattempo è scomparso uno dei registi italiani più schivi e aristocratici (in tutti i sensi), tanto poco conosciuto dal pubblico di massa, quanto incredibilmente amato dagli appassionati dei suoi film. Qui il ricordo di Goffredo Fofi.

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