Il nostro viaggio nel cinepanettone/Vacanze di Natale, Enrico Vanzina, 1983

Fino a che punto l’ho visto?

Tutto. È il primo post di un appuntamento quotidiano con questo viaggio, che diamine. Vediamo quando arriviamo a Natale sul Nilo come siamo messi

Riusciamo a dargli una qualche valenza?

È il primo, il capostipite, l’inizio, il calco da cui è partita la serie di film più longeva e di successo degli ultimi anni di cinema italiano. Può piacere o non piacere. A me personalmente non piace. E buttiamo pure in mare questa grazia di dio.

Un’idea della trama senza usare verbi

Cortina d’Ampezzo. Christian De Sica figlio di papà scemo e lamentoso. Gay, o moderno con parole sue. Karina Huff la ragazza di lui, americana e un poco zoccola. Amendola burino figlio di macellai, padre Mario Brega. A Cortina come imbucati. Jerry Calà cantante di pianobar e playboy incallito. Sandrelli vecchia fiamma del Calà sposata al Nicheli, cumenda qui all’apice dello splendore.

La gag che fa ridere

Sarà la nostalgia, sarà che è diventato un cult, ma le uniche battute che fanno ridere sono quelle del compianto cumenda Guido Nicheli, il milanese visto da Roma, che è diventato il milanese tout court. A partire da “Alboreto is nothing” fino a “mi raccomando: il panta, nell’armadio, bello dritto. Sìiuleiter!”.

La gag che fa vergognare

Vergogna vergogna no, al massimo non si ride per nulla, e si è imbarazzati da alcune scelte registiche Diciamo che più che altro rimane inspiegato il mistero Jerry Calà. Non tanto la sua capacità comica, quanto il fatto che potesse all’epoca interpretare– e suppongo essere credibile – il ruolo del playboy sciupafemmine. Ecco, le scene in cui lui viene inseguito per essere mazzolato da Basin, padre veneto dell’Evelina, che Calà ha sedotto e abbandonato, sono in effetti quasi da vergogna.

Natale al cesso

I Vanzina non sono volgari, nel senso di scatologici, né parolacciari Direi che la scena che dà più fastidio è quella in cui Calà porta Karina Huff ubriaca a casa e cerca di scoparsela. Non tanto per il gesto disprezzabile, quanto per il fatto che nell’ottica del film lui rimane un simpatico eroe, un po’ pirata e un po’ signore

Ma quant’è bella Meganghella

Sono gli anni 80 e lo sguardo non va ai Caraibi, o in Africa (quelle erano località più seventies e per palati un po’ più forti), ma si guarda al mito USA. Quindi, la scelta ricade su Karina Huff, bionda e occhi azzzurri, è adattissima a scompigliare le carte nello strapaese di Cortina. Il fatto che sia un po’ zoccola e un poco triste la fa essere ancora di più corpo estraneo e quindi esotica alle dinamiche di gruppo. Ma, venendo da un paese più avanzato, fa perdere la testa al burino Amendola e poi lo abbandona in quanto povero. Insomma, il grado di civiltà si misura nell’evidenza “il mondo è un grosso bordello”. Perché negarlo?

E questa sera, al Cheritmo, la musica più fica!

Tutti, più volte e anche con piacere. Il pezzo più scarso è Paris Latino, Maracaibo come se piovesse, ma i titoli di testa su materiale di repertorio su Moonlight Shadow sono quasi da manuale.

Abbiamo anche un’ottimo Amore Disperato di Nada, ma il pezzo in assoluto più presente è l’incredibile I like Chopin di Gazebo, in stretto anglotrasteverino, che ritorna perlomeno tre volte ed è fondamentale nel momento del sublime

Il “cinema italiano di qualità” cosa prende da questo film

L’americana un poco zoccola, o più disinibita se si preferisce, la si ritrova in quella porcheria di Rubini in cui le americane in topless fanno perdere la testa a degli ingenui pugliesi degli anni settanta

Dopo Guido Nicheli, ogni milanese che fa un lavoro in cui si maneggiano grosse quantità di soldi non è più lo stesso. Lo sguardo del romano su Milano è completamente nichelizzato: Fabio Volo in Matrimoni e altri disastri per esempio. (che poi lui in quel film si scopra avere una sensibilità è un altro discorso

Equivoci per chili di pellicola=Feyedau scomodato a caso

1) la lettera inviata a Samantha che viene utilizzata dalla fighetta parolina stronza per incastrare il povero burino Amendola

2) Ben due donne nello stesso armadio (Karina Huff e la Sandrelli). Ed è quello di Jerry Calà.

Guest star

Le scelte artistiche di Stefania Sandrelli in quegli anni suscitano qualche dubbio

Ué, testina, it’s the sublim

A parte Guido Nicheli, io un brivido (di assoluta ripulsa, ma sempre emozione è) l’ho provato all’arrivo di Jerry Calà. Parte l’intro di I like Chopin. Montaggio in rapida sequenza: una macchina arriva, insegna del Vip Club, retro della macchina con luci dei freni/targa di Milano/Mini Innocenti, dettaglio delle mani che girano le chiavi per spegnere la macchina, dettaglio di mano che prende valigetta metallica, dettaglio di timberland che affonda nella neve, con calzino bianco, la camera risale su gambe, montone e occhiali a specchio del Calà. Che lui si sfila con gesto volontariamente assai deciso. Ho avuto delle contrazioni muscolari involontarie a vederlo. Quasi come quando vidi la Venere di Milo al Louvre. Però al contrario.

Lo specchio del reale

Varie citazioni a Falcao (il calciatore più citato della storia del cinema italiano) e un forte product placement legato alle tv di Berlusconi: c’è una scena assolutamente inutile in cui una cameriera filippina legge a Riccardo Garrone il palinsesto della serata di Canale 5, Italia 1 e Rete4 direttamente da Tv sorrisi e canzoni. Ah, l’alba del berlusconismo nascente, che periodo di pirati e signori tutto placcato in ottone.

Concita De Gregorio si è impossessata di me

Ben pochi semi ha questo film, e tutti pronti a far nascere frutti storti. Siamo all’alba del berlusconiscmo, che ci avrebbe travolti, mutati e distrutti per i trent’anni seguenti. E qui si vede già il progetto in nuce. Non solo nel greve e banale product placement, che mostra una certa luciferina astuzia nel presentarsi in un film il cui target saranno proprio i forzitalioti di domani: playboy da strapazzo, burini che anelano ad essere ricchi, borghsi vacui e stronzi. Ci siamo trasformati tutti in personaggi di questo film, o lo vorremmo essere. Imprigionati in una brutta sceneggiatura e in una povertà visiva da far rimpiangere Bombolo.

I miei due neuroni per un cavallo

Una delle cose che mi ha sempre colpito del fenomeno cinepanettone è che molto spesso, se non sempre, sono pensati come “film dei Vanzina” sottointentendendo ovviamente ungiudizio profondamente spregiativo.

In realtà, a rigore, Carlo ed Enrico Vanzina firmano solo 5 dei cinepanettoni, e quindi contribuiscono a fondare il genere, ma non lo consolidano: la struttura viene poi resa forte dal comicarolo Neri parenti e dal televisivio Oldoini, che rendono il genere (se di genere si può parlare, direi filone per essere più precisi) quello che è adesso.

Fate un test: domandate in giro chi è il regista di Vacanze di Natale a cortina, tutti risponderanno i Vanzina. Perché? La mia risposta è perché i Vanzina sono, nel bene o nel male, degli autori (che siano diventati gli autori del peggio è un altro discorso)

Loro è il merito di aver codificato la malinconia come configurazione nel cinema italiano, ma soprattutto di attualizzarla ai nuovi tempi e di renderla accessibile a un nuovo pubblico, che per la prima volta si poneva come target commerciale di grande importanza. Il comico italiano, forse il comico in genere, ma non si esageri, quando ha voluto affrontare la prova dei temi alti ha sempre cercato di affogare la risata in una generica tristezza. Tristezza come termine ombrello: c’è chi ha ottenuto l’amarezza (Risi), chi lo sfioramento del tragico (Monicelli), chi la compassione (Fantozzi). La malinconia invece è intesa, nel senso comune, come una manifestazione di grado inferiore della tristezza. Che questo sia scorretto dal punto di vista della filosofia delle passioni è un discorso che qui non c’entra.

Quello che importa è che i Vanzina mettono in forma una malinconia da un lato completamente innocua, dall’altro alla portata di tutti (o, meglio, da tutti i componenti del loro potenziale pubblico nel 1983).

Che è, detta in breve, “che malinconia che oggi è il 16 di agosto e solo ieri al falò di ferragosto ho limonato la tipa che mi piaceva in questa vacanza ma adesso entrambi torniamo alle nostre vite che sono lontane”. Ecco, direi che se non avete mai provato questo sentimento non appartenete al consesso umano di fine secondo millennio.

Quindi, il lavoro dei Vanzina è fondamentalmente di rendere lo spleen un sentimento accessibile a tutti, un sentimento alto che viene definito come esperienza diffusa e fondamentalmente innocua. Il loro modo di essere leggeri e non superficiali è quello di parlare della fine delle vacanze. La vacanza come periodo in cui succede tutto e che merita di essere raccontato, e il periodo che pasa tra una vacanza e un’altra, la vita quotidiana merita solo un’ellissi.

Questo velo di tristezza è quello che unisce i Vanzina alla commedia italiana precedente, e li separa da quello che viene dopo. La neocommedia di matrice brizziana lavora sulla scrittura, e prende più spunto da Neri Parenti che dai Vanzia, mentre Virzì si pone direttamente con i padri fondatori facendo un salto indietro di 30 anni.

Questo sentimento della vacanza potrebbe essere confuso con un berlusconismo in pectore, ma secondo me sarebbe un grossolano errore di concetto. Probabilmente non esiste una differenza di natura tra i due fenomeni, ma sicuramente esiste una profonda differenza di grado. Per i Vanzina la vacanza è comunque qualcosa che è sottoposta alle leggi del tempo, che è destinata a finire, a ripetersi eternamente in estate e inverno – per il benessere ormai raggiunto – ma a ripetersi come esperienza finita, schiava del tempo.

De Laurentiis capisce che questo sentimento può essere sfruttato a livello produttivo. Le vacanze non si ripetono solo nell’animo del popolo italiano, ma anche nella loro vita. Quindi proietta la struttura del film all’esterno e lo fa diventare sistema distributivo e tematico, ma anche questo in modo artigianale, con un’intuizione produttiva. Quindi, il cinepanettone è l’espansione produttivo-industriale dell’intuizione tematica vanziniana della vacanza come substrato comune dell’esperienza dello spettatore italiano. Ma anche l’abile De Laurentiis non si azzarda ad uscire da questa intuizione, geniale, ma temporalmente limitata. Le vacanze di Natale, per quanto cinematograficamente ricche, finiscono e non ci si può fare nulla. C’è chi si lamenta della fine delle vacanze per non poter più limonare la vicina di ombrellone e c’è ci si lamenta perché finiscono incassi miliardari, ma il tempo finisce per tutti.

La rivoluzione di Silvio è più radicale e cerca di scavalcare i confini del tempo, rigettando la semplice percezione della vacanza per imporre una vera e propria VOLONTA’ DI VACANZA, che si impone nell’eterno ritorno della vacanza al di fuori della schiavitù del tempo. Un mondo in cui è bandita la malinconia, come forma passionale per servi (o invidiosi)

Come si diceva prima, non una differenza di natura, ma una profonda differenza di grado (con tante scuse a chi mi ha dato dei soldi per fare un dottorato).

16 Comments

  1. Posted 8 dicembre 2011 at 22:27 | Permalink | Rispondi

    Quello che mi turba è che Jerry Calà s’era già scopata Karina Huff fumata, un po’ zoccola e un po’ triste, negli anni ’60

  2. steutd
    Posted 8 dicembre 2011 at 23:55 | Permalink | Rispondi

    quante sono? 10 mila? 12 mila battuite su vacanze di natale? sei un eroe :-D

    bello qui, complimenti

  3. Giulio
    Posted 9 dicembre 2011 at 09:53 | Permalink | Rispondi

    Se “vacanze di natale” non ti piace mi spiace informarti che nel 2011 sei abbondantemente fuori tempo massimo, parla degli altri, quelli più recenti e non dare a questo film colpe che hanno i suoi successori, sarebbe come dare a Marx le colpe per i regimi totalitari del comunismo.
    Se poi la serie non ti piace che la guardi e che ne scrivi a fare? Autolesionismo?
    Inoltre mi fa un pò tristezza che essendo caduto Berlusconi certa gente pur di parlarne si appigli ad un film di 28 anni fa…..

  4. eleonora
    Posted 9 dicembre 2011 at 12:52 | Permalink | Rispondi

    Tanto di cappello per un’analisi di “Vacanze di Natale” come credo che nessuna delle 300 persone che a vario titolo ci avranno lavorato avrebbe anche solo sognato.
    Però devo dire che io sono sempre stata una fan di Jerry Calà. Cioè, mi spiego: mi piaceva proprio. Forse perché era basso, e negli anni Ottanta ero bassa anche io…?!

  5. kiki
    Posted 9 dicembre 2011 at 14:42 | Permalink | Rispondi

    Anch’io mi “scappello” di fronte a tanta filologia. Aggiungo due contributi:
    “povertà visiva da far rimpiangere Bombolo”. Concordo; secondo me, le immagini che fanno da sigla iniziale, quando tutti arrivano a Cortina e si suppone che siamo attorno al 20 di dicembre (non mi ricordo se nel film c’è anche il natale o è appena passato) e dai rami degli alberi gocciola neve come se piovesse è sublime! Per risparmiare lo avranno girato a metà marzo.

    La seconda: in un clima da recita scolastica (il cumenda milanese, l’industrialotto bolognese che parla di tortellini, er burino dar còre bbono, l’arricchita…) Christian De Sica che fa la sua solita parte del cialtrone (come da 20 anni a quella parte e come poi farà per i 20 anni successivi) è sei-sette spanne sopra qualsiasi altro “attore” del film.

    • manu
      Posted 12 dicembre 2011 at 14:09 | Permalink | Rispondi

      De Sica è sei sette spanne, ma anche – e non credevo – Boldi quando appare è sei sette spanne sopra gli altri. Non mi stupisco affatto che poi i seguenti si siano affidati a loro. Nel genere/filone, sono bravi. O sono molto meglio degli altri

  6. Birsa
    Posted 10 dicembre 2011 at 20:20 | Permalink | Rispondi

    Ma, in linea con quanto scritto in quest’articolo, il vero primo film della serie non dovrebbe essere “Sapore di Mare?” in effetti, non so se all’epoca fosse uscito a natale (io manco ero nato), ma i prodromi del feeling vacanziero sono già lì.. no?

    • manu
      Posted 12 dicembre 2011 at 14:08 | Permalink | Rispondi

      Si, è più o meno lo stesso film, anche se abbiamo d’arbitrio considerato Vacanze di Natale come capostipite (non so in che periodo dell’anno sia uscito sapore di mare)

  7. Birsa
    Posted 10 dicembre 2011 at 20:22 | Permalink | Rispondi

    Ah, ma “spqr”, “a spasso nel tempo”, “anni 90” e relativi seguiti contano come cinepanettoni?

    • manu
      Posted 11 dicembre 2011 at 13:25 | Permalink | Rispondi

      Si, contiamo tutti i film usciti a Natale a produzione Filmauro. Anticipazione: domani e dopo parleremo della saga “Anni 90”

  8. franz
    Posted 11 dicembre 2011 at 13:43 | Permalink | Rispondi

    ma che bello. e che coraggio, anche. spero ne usciate sani di mente. massimo sostegno!

  9. luca
    Posted 11 dicembre 2011 at 18:38 | Permalink | Rispondi

    karina huff ha fatto un cameo nel “natale 2011”..

    • manu
      Posted 11 dicembre 2011 at 23:43 | Permalink | Rispondi

      Yes, ho saputo. Sono quasi contento

  10. squarcialupi
    Posted 12 dicembre 2011 at 13:30 | Permalink | Rispondi

    Il lavoro è encomiabile, ma:
    1- nel film di Rubini le zoccole che sconvolgono il microcosmo pugliese non sono americane, ma genericamente “del nord”, una parla milanesotto, una parla toscano, una parla poco.

    2- il cumenda visto dai romani discende non dal Nicheli ma da Claudio Gora nel Sorpasso.

    • manu
      Posted 12 dicembre 2011 at 14:06 | Permalink | Rispondi

      Grazie per l’encomiabile
      1. scusa, la memoria mi ha tradito. Diciamo che nel film comunque vengono presentate come esotiche. va bene come salvataggio in corner.
      2. Si, in effetti. Nicheli è l’ultima manifestazione di quell’idealtipo. In questo caso, ammetto la superficialità
      Saluti

  11. Posted 16 dicembre 2011 at 13:55 | Permalink | Rispondi

    Tutta questa cosa di analizzare i cinepanettoni è grandiosa! Le analisi sono acute e divertenti, intrattengono ed informano. Grandiosi, complimenti!

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