Anniversari importanti: i 25 anni di La croce dalle sette pietre, di Antonio Andolfi, 1987

Quante ricorrenze verranno celebrate in questo 2012 appena iniziato? Moltissime: ma noi vogliamo ricordare che, proprio venticinque anni fa, veniva prodotto uno dei film italiani più incredibili di sempre: La croce della sette pietre. Per questo abbiamo ripreso questo vecchio articolo ancora inedito che celebrava quel titolo.

Capita che, nel dicembre di qualche anno fa, uno dei miei occasionali studenti mi porti alla fine della lezione un cd-r e mi dica: “Questo lo devi vedere”, senza aggiungere altro. Sul cd c’è scritto “La croce dalle sette pietre, di Antonio Adinolfi, 1987”. E basta.
Capita che, tornato a casa, infili il cd nel lettore dvd/DivX, ma che questo non lo riconosca: codec errati. E capita quindi che io mi dimentichi completamente del cd, del film che contiene e della frase detta dal mio studente.
Fino ad una sera dell’agosto 2005, quando ho deciso di vedere La croce dalla sette pietre sul portatile. Un’ora e mezza in cui avrò detto almeno trenta volte ad alta voce “No, non è possibile”, e chissà quante volte l’ho solo pensato.

Il film scritto, diretto, interpretato e montato da Marco Antonio Andolfi (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf, probabilmente perché adottare come pseudonimo Eddy Welles sarebbe stato veramente troppo) è incredibile. Vi basti, per ora, un sunto della trama.
Marco (Andolfi) va a Napoli per incontrare una cugina. Appena dopo avere fatto colazione al bar viene scippato di un grosso gioiello, la croce del titolo, che potrebbe tranquillamente vincere il premio “bigiotteria contro i diritti umani”, ed appare disperato oltre il dovuto. Perché? Perché lui è il figlio nato dall’unione tra sua madre e la Bestia, ed è condannato, senza l’amuleto, a trasformarsi in lupo mannaro e a fare stragi orrende. La trasformazione avviene a mezzanotte, a prescindere dalla luna, tant’è che in un momento del film che precede la mutazione si vede un’inquadratura di una luna a metà, ma il plenilunio, come altri elementi classici, nell’horror di oggi non servono, no? Del resto anche i vampiri di The Addiction giravano liberamente di giorno: è il postmoderno, baby.

Insomma, il nostro monoespressivo protagonista scopre che la croce è finita nelle mani di don Raffaele Esposito. Dopo avere rifiutato “’na tazzuliell’ ‘e café”, gentilmente offerta dal boss (che non aggiunge “Pure in carcere ‘o sanno fa’” per motivi ignoti), il nostro viene malmenato perché sospettato di nascondere qualcosa e di non volere solamente la croce. Anche per questo motivo, il boss inizia a chiedergli perché Marco sia lì: nell’“interrogatorio”, il boss rivela al nostro licantropo praticamente tutte le attività criminali del clan, con domande tipo “Sei qui per il traffico di droga? Se qui per le armi che importiamo?” e così via. Disperato, quando scopre che Marco viene da Roma, pensa che si tratti di altro e quindi… Quindi donraffaeleesposito chiama l’Onorevole, dicendo cose come “Ci hanno scoperti: è la fine”, ma viene subito zittito, perché, lo sappiamo, la camorra ci sta, ma alla fine la colpa è dei politici, signora mia. Marco si libera dei malviventi a mezzanotte, trasformandosi e uccidendoli a spinte e testate, tipo Bud Spencer, e va a Roma con la sua bella (si innamorano così velocemente che, in confronto, un colpo di fulmine è una affare tormentato e complesso). E chi ha la croce? Ma una specie di battona tardona, con la quale Marco ha un amplesso che credo entri di diritto nell’olimpo delle sequenze di sesso della cinematografia mondiale: a vederlo sembra che Andolfi volesse effettivamente fare del cinema verità, mentre l’attrice che interpreta la prostituta è decisamente a favore del Codice Hays. Durante il rapporto, il nostro si trasforma, uccidendo la donna, ma alla fine l’amore suo lo salva, gli dà la croce e tutto torna a posto.
Inquadratura finale con i due protagonisti che passeggiano con barboncino al guinzaglio in piazza San Pietro, con la basilica scampanante su cui appare, lo giuro, un’immagine in sovrimpressione di Gesù.

“Mistero, intrigo, amore, orrore”, dice una scritta sulla locandina del film: a cosa sia servita la locandina, peraltro, è un mistero, visto che questo film pare non sia uscito nelle sale, come tanti altri finanziati dall’articolo 28. E cosa vogliamo di più dal cinema? In fondo, negli anni ’50, nei drive-in, una delle ultime esperienze popolari e di massa dello spettacolo moderno, c’erano questi elementi nei film, ed erano obbligatori. Ma Andolfi alza il tiro, nel film, e mischia dei generi ben precisi che si riferiscono alle quattro macrocategorie sopra: quindi ecco il crossover tra licantropia e camorra, tra bestialità e satanismo, tra poliziottesco e sceneggiata.
Solo che La croce dalle sette pietre è fuori tempo massimo, o semplicemente tremendo, in tutto e per tutto. Non ha avuto successo allora, non è stato energicamente ripescato nella fase di amnistia generale di qualche anno fa, non è stato allegato ad un numero di Nocturno, non è mai stato proiettato in nessuna retrospettiva di nessuna rassegna di nessun posto, non è diventato un cult neanche in rete, tra blog, forum e via dicendo. Ha avuto (pare) qualche riscontro in Giappone, ma che c’entra: tutti i film hanno avuto successo in Giappone, a parte, forse, qualche elemento minore della filmografia di Macario.
Il film è veramente frutto di una sola persona, l’Orson Welles de noantri, Andolfi, che pare abbia portato avanti tutto questo da solo, credendoci davvero, fino in fondo, e scrivendo battute come “Be’, in fondo Napoli è proprio bella”, mentre lui&lei sono in macchina e vanno verso ‘o Vesuvio.

Andolfi, in conclusione, segue il vero principio del fantastico, enunciato da Coleridge qualche centinaio di anni fa: il willing suspension of disbelief, cioè la volontaria sospensione dell’incredulità, elemento necessario per lasciarsi trasportare in maniera irrazionale nella narrazione. Però applica questo principio alla sola realizzazione del film, senza pensare agli spettatori che, quando lo vedono conciato da licantropo, riescono solo a distinguere (perfettamente) quanti zerbini e quanti tappeti per auto formano il suo costume.

IMDB | Trailer?

P.S. Segnaliamo questo bellissimo numero monografico di Rapporto confidenziale dedicato ad Andolfi e al suo cinema.

One Comment

  1. icittadiniprimaditutto
    Posted 25 gennaio 2012 at 15:30 | Permalink | Rispondi

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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